Art. 54 c.p. Stato di necessità.

Ultimo aggiornamento: 25 marzo 2016

Giurisprudenza

Cassazione Civile SS.UU. Sentenza 14 mar 2011, n. 5924

In tema di tutela privata, il rifiuto del lavoratore allo svolgimento della prestazione lavorativa a cui è tenuto a fronte di inadempimenti del datore di lavoro lesivi di diritti fondamentali è consentito ove venga in rilievo un diritto proprio del lavoratore od altrui purchè, nel primo caso, il comportamento del prestatore sia idoneo ed adeguato ad impedire la lesione - non altrimenti evitabile ovvero evitabile in modo eccessivamente oneroso - del diritto oggettivamente minacciato e, nel secondo, la minaccia, avente ad oggetto un'offesa ingiusta, abbia i caratteri della concretezza e dell'attualità e il titolare del diritto inviolabile non abbia prestato, nei limiti della disponibilità del diritto, il proprio libero e legittimo consenso, anche in via implicita, a tale situazione. Qualora, invece, la situazione soggettiva assuma consistenza di interesse collettivo o diffuso, l'affidamento della relativa tutela giudiziale agli enti esponenziali della collettività, ovvero ad associazioni o enti collettivi nelle specifiche ipotesi di legge, comporta l'impossibilità per il singolo di assumere la tutela e la rappresentanza di tali posizioni in funzione dell'esercizio strumentale dell'azione popolare, restando conseguentemente esclusa la possibilità - semprechè la situazione, rispetto ai soggetti coinvolti, non assuma anche levatura di diritto soggettivo in quanto afferente alla salute o ad altri diritti soggettivi della persona umana - di far valere, quale causa giustificante del rifiuto a svolgere la prestazione lavorativa, la lesione di un simile interesse. (Nella specie, un magistrato si era rifiutato di tenere udienza in aula che esponeva il crocifisso, asserendo tale ostensione lesiva del suo diritto alla libertà religiosa, di coscienza e di opinione, nonché - dopo che era stata messa a disposizione un'aula priva del crocefisso - del principio della laicità dello Stato e dei diritti di libertà religiosa degli altri cittadini; le S.U., in applicazione del principio di cui alla massima, hanno rigettato il ricorso ritenendo corretta la motivazione della Sezione disciplinare del Cons. Sup. Magistratura che, nell'affermare la responsabilità dell'incolpato limitatamente a tali ultime condotte, aveva escluso che potesse addursi a giustificazione del rifiuto delle funzioni giurisdizionali la circostanza che nelle altre aule del Paese vi fossero crocifissi).

Cassazione Civile Sez. II Sentenza 16 giu 2010, n. 14556

L'uso del telefono cellulare durante la guida non è giustificato, a meno che non risulti integrato lo stato di necessità, configurabile ogni qualvolta sussista l'immediatezza dell'esigenza di evitare a sé o ad altri il pericolo di un danno grave alla persona. Un colloquio telefonico in relazione alla situazione di un cliente detenuto, seppur considerata urgente, non può integrare gli estremi dell'art. 54 c.p. (stato di necessità), non essendo configurabili l'immediatezza dell'esigenza di evitare a sé o ad altri il pericolo di un danno grave alla persona e, soprattutto, l'inevitabilità della condotta contraria al precetto sanzionato.

Cassazione Civile Sez. II Sentenza 10 mag 2010, n. 11266

Ai fini dell'accertamento della sussistenza o meno delle cause d'esclusione della responsabilità in tema di sanzioni amministrative, occorre fare riferimento alle disposizioni che disciplinano i medesimi istituti nel diritto penale. Non può essere ritenuto sussistente lo stato di necessità, come scriminante dell’illecito, quando sussista la possibilità d’ovviare altrimenti al pericolo, onde, in tema di uso del telefono cellulare senza auricolare o viva voce durante la guida - per chiamare un medico in soccorso di un ammalato o, come nella specie, per organizzare il trasporto del malato ad un centro di cura - deve ritenersi che il conducente non possa invocare l’esimente ove non sia dimostrata l’impossibilità (e non la semplice difficoltà o scomodità) di ricorrere a mezzi leciti alternativi per provvedere all’opera di soccorso, quale il fermarsi a lato della strada per i pochi minuti necessari alla comunicazione.

Cassazione Penale SS.UU. Sentenza 21 gen 2009, n. 2437

Non configura il reato di lesione personale o violenza privata la condotta del medico che sottopone il paziente ad un intervento, con esito fausto ed eseguito nel rispetto dei protocolli, diverso da quello a cui il paziente aveva espresso il proprio consenso informato.

Cassazione Penale SS.UU. Sentenza 18 dic 2008, n. 2437

Non integra il reato di lesione personale, né quello di violenza privata la condotta del medico che sottoponga il paziente ad un trattamento chirurgico diverso da quello in relazione al quale era stato prestato il consenso informato, nel caso in cui l'intervento, eseguito nel rispetto dei protocolli e delle "leges artis", si sia concluso con esito fausto, essendo da esso derivato un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute del paziente, in riferimento anche alle eventuali alternative ipotizzabili e senza che vi fossero indicazioni contrarie da parte dello stesso.

Cassazione Penale Sez. IV Sentenza 30 set 2008, n. 37077

Il consenso fornito dal paziente al medico deve essere "informato". Ciò significa che il paziente deve essere posto nella condizione di valutare tutte le possibili controindicazioni di una determinata terapia o di un intervento chirurgico.