Sentenza 02 dicembre 2015, n. 47722 (06 ottobre 2015)

Cassazione Penale Sez. VI

Il giudice d'appello non può rilevare d'ufficio l'esclusione della recidiva dovuta a pene estinte in quanto deve essere dedotta nell'atto di impugnazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Plurimi sono i motivi posti a base dei ricorsi presentati dai diversi imputati. Nondimeno, per evitare inutili ripetizioni, è opportuna la trattazione congiunta delle medesime questioni.
2. Un primo motivo comune attiene alla dedotta nullità della sentenza derivante dal fatto di essersi incardinato il giudizio abbreviato a seguito di decreto di giudizio immediato emesso prima della definitività della decisione del ricorso per riesame ex art. 309 c.p.p..
2.1. Il motivo di ricorso è manifestamente infondato.
Ed invero, la doglianza costituisce pedissequa replica della censura già dedotta innanzi al Giudice di secondo grado e da questi ritenuta infondata con considerazioni puntuali, aderenti al dettato normativo e conformi alla costante giurisprudenza di legittimità in materia (v. pagine 56 e seguenti).
2.2. Mette conto rilevare che l'art. 453 c.p.p., al comma 1 ter dispone che "la richiesta di cui al comma 1 bis è formulata dopo la definizione del procedimento di cui all'art. 309, ovvero dopo il decorso dei termini per la proposizione della richiesta di riesame".
Secondo la lineare formulazione normativa, l'espressione "definizione del procedimento di cui all'art. 309" si riferisce alla celebrazione del solo giudizio per riesame e non comprende l'ulteriore (ed eventuale) fase del giudizio in Cassazione contemplata nel successivo art. 311. Tanto in aderenza al dato letterale ed alla necessità di non procrastinare un giudizio che si è valutato "immediato". La preclusione processuale alla presentazione da parte della pubblica accusa della richiesta di emissione del decreto di giudizio immediato (e, di conseguenza, all'emissione di siffatto decreto da parte del giudice) vale pertanto fintanto che non sia stato deciso il ricorso per riesame, o comunque che siano perenti i termini per proporlo.
2.3. In questo si è del resto consolidato l'insegnamento di questa Corte regolatrice, alla stregua del quale la richiesta di giudizio immediato può essere presentata dal pubblico ministero nei confronti dell'imputato in stato di custodia cautelare dopo la conclusione del procedimento dinanzi al tribunale del riesame e prima ancora che la decisione sia divenuta definitiva (Nella specie, in cui la S.C. ha ritenuto infondata l'eccezione difensiva, la richiesta di giudizio immediato era stata depositata prima del deposito delle motivazioni della decisione di rigetto emessa dal tribunale del riesame) (v., da ultimo, Sez. 6^, n. 14039 del 15/01/2015 - dep. 03/04/2015, De Salvo ed altri, Rv. 262952; Sez. 5^, n. 13914 del 26/02/2015 - dep. 01/04/2015, Sesta, Rv. 262897).
2.4. Sotto diverso profilo, non può peraltro omettersi di porre in rilievo come il vizio processuale sarebbe comunque sanato dall'opzione per il giudizio abbreviato formulata dagli imputati ai sensi dell'art. 458 c.p.p.. In virtù della richiesta del giudizio abbreviato, con la quale l'imputato insta affinchè la regiudicanda sia definita all'udienza preliminare alla stregua degli atti di indagine già acquisiti, che acquisiscono il valore probatorio di cui sono normalmente sprovvisti nel giudizio dibattimentale, con rinuncia a chiedere ulteriori mezzi di prova, risultano neutralizzati eventuali vizi processuali danti luogo a nullità e ad inutilizzabilità probatoria cd. fisiologica e relativa, mentre rimangono sempre deducibili quelle danti luogo a nullità assoluta e ad inutilizzabilità cd. assoluta o patologica (cioè concernente gli atti probatori assunti contra legem) (per tutte, Sez. U, n. 16 del 21/06/2000 - dep. 30/06/2000, Tammaro, Rv. 216246).
In un caso attinente il decreto di giudizio immediato c.d.
custodiale, questa Corte regolatrice ha di recente affermato che, in caso di instaurazione del rito prima della conclusione del procedimento di riesame o della scadenza dei termini per la sua proposizione, è eventualmente integrata una nullità a regime intermedio che resta sanata in ogni caso ove venga disposto il rito abbreviato (Sez. 1^, n. 22549 del 04/02/2015 - dep. 28/05/2015, Gagliardi e altro, Rv. 263742).
3. Altra deduzione comune a diversi ricorrenti concerne l'eccepita violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 591 e 593 c.p.p. per la mancata declaratoria di inammissibilità dell'appello del P.M. per genericità dei motivi.
3.1. Anche questa doglianza è inammissibile per manifesta infondatezza.
Ed invero, nell'atto d'appello, il pubblico ministero non si è limitato a ribadire gli elementi già posti a base delle proprie richieste del procedimento di primo grado, ma ha illustrato puntualmente le ragioni di critica verso la sentenza assolutoria di primo grado ed ha esposto i motivi per i quali tale giudizio doveva essere ribaltato.
Contrariamente a quanto rilevato dai ricorrenti, la parte pubblica si è pertanto confrontata con le argomentazioni sviluppate dal Gup mostrandone le lacune e ne ha sollecitato la rivisitazione ad opera del Giudice di secondo grado, così come si dirà in modo specifico nel trattare ciascuna posizione dei ricorrenti interessati al motivo.
3.2. Nè, d'altra parte, rileva la circostanza che la Corte d'appello non abbia espressamente affrontato il tema, come denunciato in taluni ricorsi.
Ed invero, è inammissibile, per carenza d'interesse, il ricorso per cassazione avverso la sentenza di secondo grado, che non abbia preso in considerazione un motivo di appello, che risulti ab origine inammissibile per manifesta infondatezza, in quanto l'eventuale accoglimento della doglianza non sortirebbe alcun esito favorevole in sede di giudizio di rinvio (Sez. 2^, n. 10173 del 16/12/2014 - dep. 11/03/2015, Bianchetti, Rv. 263157).
4. Altra questione meritevole di trattazione congiunta è quella concernente il cd. ribaltamento del giudizio assolutorio di primo grado, comune agli imputati assolti in primo grado e condannati dalla Corte d'appello. In particolare, i ricorrenti deducono la violazione dell'art. 6 della Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, come interpretato dalla Corte Europea nella sentenza pronunciata nel caso Dan c/Moldavia, per avere la Corte partenopea condannato gli imputati prosciolti in primo grado sulla base di un quadro probatorio invariato è, segnatamente, senza disporre la rinnovazione dell'audizione dei collaboratori di giustizia giudicati inattendibili dal Gup. 4.1. In via preliminare, giova rammentare come, nella pronuncia del 5 luglio 2011 nel caso Dan contro Moldavia evocata dai ricorrenti, nell'affrontare il tema del ribaltamento della sentenza di assoluzione di primo grado, la Corte Europea abbia affermato che, in ossequio al principio dell'equo processo affermato dall'art. 6 paragrafo 1 della CEDU, "coloro che hanno la responsabilità di decidere la colpevolezza o l'innocenza di un imputato dovrebbero, in linea di massima, poter udire i testimoni personalmente e valutare la loro attendibilità. La valutazione dell'attendibilità di un testimone è un compito complesso che generalmente non può essere eseguito mediante una semplice lettura delle sue parole verbalizzate.
Naturalmente, vi sono casi in cui è impossibile udire un testimone personalmente durante il processo perchè, per esempio, egli o ella è deceduto/a, o per proteggere il diritto del testimone di non autoaccusarsi".
Nel precisare la portata del principio sancito dai Giudici europei, questa Corte ha peraltro chiarito come, sulla scorta del disposto dell'art. 6 della Convenzione - secondo l'ermeneusi resa dalla Corte di Strasburgo -, il Giudice d'appello che intenda riformare il giudizio liberatorio di primo grado non sia tenuto sempre e comunque a disporre la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, sussistendo siffatto obbligo soltanto nel caso in cui si tratti di prove orali di cui valuti diversamente l'attendibilità rispetto a quanto ritenuto in primo grado, sempre che si tratti di prove aventi carattere di decisività (Sez. 5^, n. 6403 del 16/09/2014 - dep. 13/02/2015, Preite Rv. 262674; Sez. 5^, n. 52208 del 30/09/2014 - dep. 16/12/2014, Marino, Rv. 262115; Sez. 5^, n. 25475 del 24/02/2015 - dep. 17/06/2015, Prestanicola e altri, Rv. 263903).
Di contro, la Corte d'appello non è tenuta a disporre la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale quando abbia fondato il proprio convincimento, non su di una diversa valutazione della prova ritenuta inattendibile dal primo giudice, ma su elementi di prova diversi, in relazione ai quali la valutazione del primo giudice sia mancata o sia stata travisata (Sez. 5^, n. 16975 del 12/02/2014 - dep. 16/04/2014, Sirsi Rv. 259843); nè nel caso in cui il primo giudice non abbia negato l'attendibilità intrinseca delle dichiarazioni delle persone offese, di tal che, per affermare la penale responsabilità dell'imputato, sia sufficiente una lettura coerente e logica del compendio probatorio palesemente travisato nella decisione impugnata (Sez. 3^, n. 45453 del 18/09/2014 - dep. 04/11/2014, P, Rv. 260867); nè, ancora, nell'ipotesi in cui la riforma in peius si basi su di una diversa valutazione di prove non dichiarative, ma documentali (Sez. 2^, n. 677 del 10/10/2014 - dep. 12/01/2015, Di Vincenzo, Rv. 261556).
Ripercorsi i principi già affermati da questa Suprema Corte, ritiene il Collegio necessario puntualizzare come - in ossequio al disposto dell'art. 6 CEDU, come interpretato dalla Corte Europea nel caso Dan c/Moldavia -, ai fini del rovesciamento in appello della sentenza liberatoria di primo grado, la novazione probatoria debba ritenersi doverosa soltanto in presenza di determinate condizioni: a) che il Collegio di secondo grado intenda fondare il ribaltamento sulla base di una diversa valutazione di una o di più fonti orali, testimonianze e/o chiamate in reità o in correità; b) che il contributo conoscitivo fornito da tali fonti orali sia stimato dal decidente di merito decisivo per l'affermazione della responsabilità dell'imputato, in altri termini che la riforma del giudizio assolutorio venga a poggiare proprio su di una diversa valutazione di tale prova; e) che, nello specifico, la diversa valutazione concerna il giudizio di attendibilità intrinseca dei testimoni o dei chiamanti in reità o in correità, e del loro narrato. La diretta audizione della fonte orale da parte del decidente di secondo grado può invero giustificarsi in ragione del principio sancito dalla CEDU solo ed in quanto vi sia la necessità di compiere la "valutazione dell'attendibilità di un testimone" che "non può essere eseguito mediante una semplice lettura delle sue parole verbalizzate".
Ne discende che, nel caso in cui la diversa valutazione riguardi le dichiarazioni rese da chiamanti in reità o in correità, la nuova audizione del dichiarante in sede di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale potrà ritenersi necessaria nel solo caso in cui il giudizio di inaffidabilità formulato dal primo giudice afferisca alla credibilità del propalante e/o alla attendibilità intrinseca della narrazione, risultando ovvio che solo in tali casi può giustificarsi un nuovo e diretto esame da parte del decidente di secondo grado. Solo in siffatte ipotesi è, difatti, necessario garantire che la rivisitazione del giudizio di inaffidabilità espresso dal decidente di primo grado si fondi, non semplicemente sulla mera lettura dei verbali delle precedenti dichiarazioni - dunque su di un materiale "di seconda mano" -, ma sul diretto accesso alla fonte di conoscenza, così da dare la possibilità al decidente di secondo grado - come già il primo giudice - di apprezzare personalmente l'atteggiamento del dichiarante, di cogliere ogni sfumatura nelle risposte fornite alle domande formulate dalle parti nonchè di interrogarlo, se del caso, direttamente al fine di giudicarne l'affidabilità.
Ne deriva, quale naturale corollario, che la rinnovazione dell'esame dei chiamanti in reità o in correità non è dovuta allorchè la diversa valutazione delle relative dichiarazioni attenga, non al profilo dell'attendibilità intrinseca, ma a quello dell'attendibilità estrinseca, id est alla ravvisabilità nel compendio probatorio di riscontri individualizzanti ovvero alla idoneità di taluni dati a fungere da elemento esterno di conferma, aspetti rispetto ai quali non è revocabile in dubbio che una nuova audizione del propalante risulterebbe superflua e contraria al principio costituzionale di ragionevole durata del processo.
4.2. Va nondimeno chiarito come, ferma la legittimità della riforma in appello della pronuncia liberatoria a piattaforma probatoria invariata, il rovesciamento del giudizio assolutorio di primo grado imponga il rigoroso rispetto del principio codificato nell'art. 533 c.p.p., comma 1 (introdotto con L. n. 46 del 2006), alla stregua del quale "il giudice pronuncia sentenza di condanna se l'imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio". Il giudice di merito è dunque tenuto a verificare ed a precisare le ragioni di fatto e di diritto che, proprio in considerazione dell'assoluzione pronunciata in primo grado, rendono evidente ed irrefutabile la penale responsabilità dell'imputato. Pertanto, il giudice d'appello che riformi radicalmente la precedente decisione in mancanza di nuovi elementi conoscitivi deve, in forza della regola di giudizio introdotta nel 2006, non solo sostenere la propria diversa deliberazione con una motivazione che sia intrinsecamente esistente, non manifestamente illogica e non contraddittoria - come usualmente sufficiente, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) -, ma deve anche confrontarsi in modo specifico e completo con le argomentazioni contenute nella prima sentenza, dimostrandone l'insostenibilità per incompletezza e/o incoerenza, con la conseguenza che ricorre il vizio di omessa motivazione quando quel confronto manchi su circostanze ed apprezzamenti che hanno concorso in modo determinante a fondare il primo e diverso giudizio (Sez. U, sent. n. 45276 del 30/10/2003 - dep. 24/11/2003, P.G., Andreotti e altro, Rv. 226093; Sez. 6^, n. 22120 del 29/04/2009 - dep. 27/05/2009, Tatone e altri, Rv. 243946;
(Sez. 6^, n. 8705 del 24/01/2013 - dep. 21/02/2013, Farre e altro, Rv. 254113; Sez. 6^, n. 45203 del 22/10/2013 -dep. 08/11/2013, Paparo Rv. 256869; Sez. 2^, n. 17812 del 09/04/2015 - dep. 29/04/2015, Maricosu, Rv. 263763).).
4.3. Tirando le fila delle considerazioni sopra svolte, si deve concludere che, contrariamente a quanto eccepito dai ricorrenti, il Giudice d'appello può legittimamente riformare la sentenza assolutoria di primo grado senza dover disporre la nuova audizione delle fonti orali escusse in primo grado nonchè in assenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito al processo, a condizione che la rivalutazione non attenga all'attendibilità intrinseca dei dichiaranti e che il Collegio di secondo grado si confronti in modo puntuale con la motivazione della decisione assolutoria, argomentando la configurabilità del diverso apprezzamento come l'unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che abbiano minato la permanente sostenibilità del primo giudizio.
Di tali coordinate ermeneutiche ha tenuto conto il Giudice d'appello nella decisione in rassegna, là dove ha argomentato - in modo puntuale e logicamente congruo - le conclusioni cui è pervenuto in senso diametralmente opposto al decidente di primo grado, ponendo in luce i limiti delle valutazioni operate dal Gup ed evidenziando le ragioni di fatto e di diritto in forza delle quali la propria delibazione del compendio probatorio e la propria ricostruzione dei fatti e delle condotte imputate sia l'unica sostenibile perchè conforme a diritto e ragionevolezza.
5. Un ulteriore motivo comune a più ricorrenti è quello concernente la dedotta erroneità del ritenuto concorso tra l'associazione per delinquere di stampo camorristico ex art. 416 bis c.p. e l'associazione per delinquere finalizzata ad attività di narcotraffico D.P.R. n. 309 del 1990, ex art. 74.
5.1. Il Collegio di merito ha affrontato espressamente tale questione comune a diversi appellanti (nelle pagine 61 e seguenti della sentenza impugnata) con argomentazioni immuni da censure logico giuridiche coltivabili in questa Sede, là dove ha esplicitato in modo puntuale e logicamente congruo i termini del proprio convincimento, peraltro allineato con il costante insegnamento di questa Corte nomofilattica in materia.
Dopo la pronuncia a Sezioni Unite del 2008, questo Giudice di legittimità ha invero reiteratamente ribadito che i reati di associazione per delinquere, generica o di stampo mafioso, concorrono con il delitto di associazione per delinquere dedita al traffico di sostanze stupefacenti, anche quando la medesima associazione sia finalizzata alla commissione di reati concernenti il traffico degli stupefacenti e di reati diversi (Sez. U, n. 1149 del 25/09/2008 - dep. 13/01/2009, Magistris, Rv. 241883; Sez. 6^, n. 4651 del 23/10/2009 - dep. 03/02/2010, Bassano e altri, Rv. 245875; Sez. 6^, n. 46301 del 30/10/2013 - dep. 20/11/2013, P.G., Corso e altri, Rv.
258163).
6. Nel passare alla trattazione in via generale e congiunta degli ulteriori motivi di merito, occorre già in questa sede anticipare come questa Corte abbia stimato e, pertanto, dichiarato inammissibili i motivi con i quali i ricorrenti si siano limitati a riprodurre nella sostanza le medesime doglianze di merito già mosse dinanzi al Collegio di merito, da questo vagliate e correttamente disattese, e dunque a sollecitare una rivisitazione meramente fattuale delle risultanze processuali ed una valutazione alternativa delle fonti di prova, piuttosto che a denunciare vizi riconducibili al disposto dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e).
6.1. Ed invero, per espressa volontà del legislatore, anche a seguito della novella operata dalla L. n. 46 del 2006, il sindacato demandato alla Corte di cassazione deve essere limitato a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai poteri della Corte di legittimità quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata, in via esclusiva, al giudice di merito, senza che possa integrare un vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa - e per il ricorrente più adeguata - valutazione delle risultanze processuali (ex plurimis Cass. Sez. 6^, n. 25255 del 14/02/2012, Rv. 253099; Sez. 2^, n. 23419 del 23/05/2007, Rv. 236893).
Ne discende che, a fronte di una plausibile ricostruzione della vicenda, alla Corte di legittimità non è consentita alcuna incursione nelle risultanze processuali per giungere a diverse ipotesi ricostruttive dei fatti, dovendosi limitare a ripercorrere l'iter argomentativo svolto dal giudice di merito per verificarne la completezza e la insussistenza di vizi logici ictu oculi percepibili, senza possibilità di verifica della rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali (ex plurimis Cass. Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074).
7. Analoga pronuncia di inammissibilità ha interessato tutti i motivi rispetto ai quali si è rilevata la genericità. Ed invero, la genericità delle censure riverbera in termini di inammissibilità del ricorso, atteso che i motivi di ricorso in cassazione devono essere specifici e quindi, pur nella libertà della loro formulazione, devono indicare con chiarezza le ragioni di fatto e di diritto su cui si fondano le censure, al fine di delimitare con precisione l'oggetto del gravame ed evitare, di conseguenza, impugnazioni generiche o meramente dilatorie (Cass. Sez. 6^, n. 1770 del 18/12/2012, P.G. in proc. Lombardo, Rv. 254204).
8. Deve ritenersi al pari inammissibile la generica deduzione circa la mancata risposta in merito alle censure dedotte con una memoria prodotta al giudice.
Ed invero, allorquando il ricorrente si limiti ad eccepire la mancata valutazione da parte del giudice d'appello delle circostanze evidenziate in una memoria che non sia allegata al ricorso per cassazione nè riprodotta in esso nelle parti salienti, risulta all'evidenza inibita l'autonoma individuazione delle questioni che si assumono irrisolte e sulle quali si sollecita il sindacato di legittimità, ed è resa finanche impossibile una valutazione circa l'effettività e fondatezza dell'eccepita mancanza di motivazione al riguardo.
9. Devono essere dichiarati al pari inammissibili i motivi, comuni alla gran parte dei ricorrenti, con i quali si sono dedotte censure - in termini di violazione di legge e di vizio di motivazione - in relazione alla determinazione della pena, con specifico riguardo sia alla commisurazione della pena base, sia alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, sia alla graduazione della riduzione in forza di dette attenuanti.
9.1. A tale proposito mette conto evidenziare come, secondo i consolidati principi espressi da questa Corte di legittimità, la concessione o meno delle circostanze ex art. 62 bis c.p. costituisca giudizio di fatto lasciato alla discrezionalità del giudice, sottratto al controllo di legittimità, tanto che ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall'art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio (ex plurimis Cass. Sez. 2^, n. 3609 del 18/01/2011, Sermone, Rv. 249163). Le circostanze attenuanti generiche hanno difatti lo scopo di estendere le possibilità di adeguamento della pena in senso favorevole all'imputato in considerazione di situazioni e circostanze che effettivamente incidano sull'apprezzamento dell'entità del reato e della capacità a delinquere dello stesso, sicchè il riconoscimento di esse richiede la dimostrazione di elementi di segno positivo (Cass. Sez. 3^, n. 19639 del 27/01/2012, Gallo e altri, Rv. 252900).
In particolare, il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche può essere legittimamente giustificato con l'assenza di elementi o circostanze di segno positivo, a maggior ragione dopo la modifica dell'art. 62 bis, disposta con il D.L. n. 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modifiche nella L. 24 luglio 2008, n. 125, per effetto della quale, ai fini della concessione della diminuente non è più sufficiente lo stato di incensuratezza dell'imputato (Cass. Sez. 3^, n. 44071 del 25/09/2014, Papini e altri, Rv. 260610). Elementi di segno positivo che, nella specie, i giudici di merito hanno di volta in volta correttamente ritenuto insussistenti, con argomentazioni adeguate e prive di vizi logici e, dunque, insindacabili in questa Sede, come meglio si dirà trattando ciascuna posizione dei ricorrenti.
9.2. Analoghe considerazioni vanno svolte in merito alla commisurazione della pena, là dove la determinazione della pena entro il minimo e il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è pertanto insindacabile nella sede di legittimità allorchè l'apprezzamento sul punto sia sostenuto da una motivazione adeguata. In ossequio ai principi fissati da questa Corte, è pertanto inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e sia sorretta da sufficiente motivazione (Cass. Sez. 5^, n. 5582 del 30/09/2013, Ferrano Rv.
259142).
10. Nel concludere la trattazione delle questioni di merito comuni a diversi ricorrenti, giova già in questa sede dare atto della fondatezza delle censure concernenti la circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7 e che questa Corte ha ritenuto fondate con riguardo agli imputati C.S., D.C. G., D.R.R., Pi.Di., R.N. e S.G..
10.1. Ritiene invero il Collegio che, con riguardo ai citati ricorrenti, i giudici di merito abbiano ritenuto sussistenti i presupposti dell'aggravante in parola con una motivazione insufficiente o comunque illogica.
Secondo i principi già affermati in precedenti occasioni da questa Corte, la circostanza aggravante ad effetto speciale in parola nella forma agevolativa è configurabile allorquando, all'eventuale vantaggio proprio derivante dal fatto criminoso, si accompagni la consapevolezza di favorire l'interesse della cosca beneficiata (Sez. 5^, n. 11101 del 04/02/2015 - dep. 16/03/2015, Platania e altri, Rv.
262713). Ancora, questo Giudice di legittimità ha chiarito che essa può qualificare la condotta di chi, senza essere organicamente inserito in un'associazione mafiosa, offra un contributo al perseguimento dei suoi fini, a condizione che tale comportamento risulti assistito, sulla base di idonei dati indiziari o sintomatici, da una cosciente ed univoca finalizzazione agevolatrice del sodalizio criminale (Cass. Sez. 6^, n. 31437 del 12/07/2012, Messina e altro, Rv. 253218). Più recisamente, si è affermato come detta circostanza, se riferita a condotte agevolatorie dell'associazione mafiosa, richiede il dolo specifico di favorire l'associazione come obiettivo diretto della condotta (Sez. 5^, n. 1706 del 12/11/2013 - dep. 16/01/2014, P.G., Barbaro e altro, Rv. 258951).
Di tale consolidato e condivisibile insegnamento non hanno tenuto debito conto i giudici della cognizione laddove, nel trattare le posizioni degli indicati imputati, non hanno esplicitato in modo congruo i motivi di fatto e di diritto sulla base dei quali abbiano ritenuto provate la coscienza e volontà di favorire l'associazione mafiosa: come si dirà meglio nel trattare le singole posizioni, pur sollecitata dagli appellanti sul punto, la Corte territoriale non ha invero argomentato con considerazioni adeguate le ragioni per quali, ferma la consapevolezza di commettere singoli reati scopo, gli imputati avessero altresì contezza e volontà di avvantaggiare tutto il gruppo criminale, sì da fondare su di un'idonea base probatoria la ritenuta attribuzione soggettiva della circostanza aggravante in oggetto.
11. Delineati i principi generali applicabili alle questioni giuridiche comuni ad alcuni ricorsi, si può passare alla trattazione delle posizioni dei singoli imputati impugnanti.
12. Il ricorso presentato nell'interesse di A.P. deve essere dichiarato inammissibile.
L'imputata è stata condannata in primo ed in secondo grado per partecipazione ad associazione mafiosa sub capo 1) e ad associazione finalizzata a narcotraffico sub capo 18) nonchè per tentata estorsione sub capo 46).
12.1. All'udienza del 23 maggio 2013 del giudizio d'appello, l'imputata ha ammesso gli addebiti ed ha rinunciato ai motivi tendenti all'assoluzione (v. pagina 106 della sentenza in verifica).
Non v'è pertanto materia per le censure mosse nel primo e nel secondo motivo (punti 3.1 e 3.2 del ritenuto in fatto), in quanto inammissibili ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 3.
12.2. La deduzione concernente la non configurabilità del concorso tra le due associazioni di cui all'art. 416 bis c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 è palesemente infondata, richiamate le considerazioni sopra svolte (v. punto 5) del considerato in diritto.
12.3. Parimenti destituite di qualunque fondamento sono le eccepite violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione alla denegata concessione delle circostanze attenuanti generiche, a fronte della puntuale e congrua motivazione sviluppata sul punto dalla Corte territoriale (v. pagina 122 della sentenza) e delle osservazioni sviluppate in linea generale ai punti 6. e 9. del considerato in diritto.
13. Il ricorso proposto nell'interesse di A.C. è fondato con limitato riguardo alle deduzioni concernenti l'imputazione di cui al capo 49), mentre va rigettato nel resto.
Giova rammentare come l'imputato sia stato condannato per i reati di partecipazione ad associazione di stampo camorristico di cui al capo 1) e per la violazione delle legge sulle armi per avere detenuto e portato in un luogo pubblico una pistola cal. 9X21 sub capo 49), dopo essere stato assolto in primo grado.
13.1. Sono infondati e vanno pertanto disattesi i rilievi concernenti la censurata partecipazione dell' A.C. all'associazione denominata clan Beneduce-Longobardi.
Contrariamente a quanto eccepito dal ricorrente, la Corte territoriale ha argomentato (nelle pagine 134 e seguenti della sentenza), con motivazione puntuale, articolata e convincente, le ragioni abbia ritenuto doveroso riformare e dunque ribaltare il giudizio assolutorio ottenuto in primo grado dall'imputato in ordine al reato associativo.
Richiamate le considerazioni già sopra svolte in linea generale, nel punto 4) del considerato in diritto, pur in mancanza di nuovi apporti alla piattaforma probatoria già acquisita al processo, il Collegio di secondo grado si è confrontato puntualmente con la motivazione della decisione liberatoria ed ha dunque evidenziato gli elementi di fatto e gli argomenti in diritto sulla scorta dei quali sia pervenuto a conclusioni diametralmente opposte a quelle del decidente di primo grado.
13.2. Il giudice distrettuale ha evidenziato come l'adesione dell'imputato all'associazione si evinca dalle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia D.F.F., là dove riferito che " A.C. l'elettrauto" - riconosciuto fotograficamente nel ricorrente - si occupava sia delle bonifiche delle microspie nelle macchine degli affiliati ricevendo in cambio delle regalie in denaro dal clan, sia dell'attività di intermediazione nelle estorsioni. La Corte ha quindi evidenziato come le dichiarazioni del collaboratore sia riscontrate: a) dalle intercettazioni disposte in carcere del 28 ottobre 2008, nelle quali Lu.Ca. parlava della necessità di "lavare" un'auto da parte di " A.C. l'elettrauto"; b) dalle dichiarazioni dell'ex collaboratore di giustizia P.C., che riferiva che fu proprio A. C. a presentargli P.S. per potersi inserire all'interno del mercato del rione Toiano e che A.C. si occupava di cambiare a tale " L." - poi riconosciuto in foto in A.L. - le ingenti somme di denaro provento dell'attività di spaccio svolta da quest'ultimo; c) dalle dichiarazioni rese dal collaborante T.G., il quale, pur non essendo in grado di dire se A.C. fosse intraneo alla consorteria, riferiva che A.L. e D.C. F.S. si recavano nell'officina del ricorrente per le riparazioni senza pagare nessun corrispettivo (v. pagina 138); d) dal contenuto dell'intercettazione del 18 dicembre 2008, da cui emergeva l'esigenza di trovare un sostituto del D.F.F., che era stato appena arrestato, sostituto che A.P. individuava proprio in " A.C.", da identificare nell'imputato in ragione del fatto che questi era l'unico soggetto ad avere quel nome fra i frequentatori della famiglia Pagliuca (v. pagina 139).
Ritiene il Collegio che il compendio argomentativo sviluppato sul punto sia certamente adeguato e conforme ai principi già sopra delineati in tema di motivazione c.d. rafforzata, là dove la Corte distrettuale ha proceduto ad una valutazione congiunta e coordinata dei diversi elementi conoscitivi ed ha tracciato a giustificazione delle conclusioni condensate nel dispositivo un percorso logicamente congruo e giuridicamente corretto, facendo esatta applicazione dei principi di diritto in tema di valutazione della chiamata in correità.
13.3. D'altra parte, il Giudice d'appello non si è sottratto dal dare specifica risposta alla deduzione concernente la contestata identificazione dell' A.C. fra i soggetti captati nell'intercettazione ambientale del 16 giugno 2008, in occasione della bonifica di un'autovettura dentro il rimessaggio. Al riguardo, ha evidenziato, per un verso, come l'imputato sia stato riconosciuto in un momento successivo, poichè all'epoca egli non era conosciuto dagli operanti; per altro verso, come tale identificazione sia stata resa possibile tenendo conto, quale voce di comparazione, quella intercettata il 10 marzo 2008, occasione nella quale la presenza sul luogo dell' A.C. è stata riferita dal D.F.C. (v. pagina 141), è stata ammessa dallo stesso ricorrente in sede di spontanee dichiarazioni nel corso del giudizio (v. pagina 129) e risulta confermata dalla riscontrata frequentazione da parte dell'imputato della base logistica ed operativa del gruppo.
Nessun travisamento nè forzatura logica si rinviene pertanto nelle considerazioni svolte dal decidente di merito in punto di identificazione vocale, risultando conforme a ragionevolezza ed alla fisiologia delle investigazioni che l'associazione di una voce ad un determinato soggetto possa essere non contemporanea all'assunzione del dato conoscitivo, ma resa possibile soltanto grazie ad acquisizioni investigative successive, nella specie, la voce di comparazione registrata nel corso di una successiva captazione.
D'altra parte, la riferibilità ad A.C. di questa seconda captazione è stata argomentata dal Collegio di merito con considerazioni certamente logicamente adeguate, correttamente valorizzando - in linea con un dato di comune esperienza - la circostanza che l'unica persona avente tale nome - obbiettivamente peculiare ( A.C.) - che risultava all'epoca frequentare assiduamente la famiglia Pagliuca era appunto il ricorrente.
Sotto diverso profilo, va ribadito il principio già affermato da questa Corte, alla stregua del quale, ai fini dell'identificazione degli interlocutori coinvolti in conversazioni intercettate, il giudice ben può utilizzare le dichiarazioni degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria che abbiano asserito di aver riconosciuto le voci di taluni imputati, così come qualsiasi altra circostanza o elemento che suffraghi detto riconoscimento, incombendo sulla parte che lo contesti l'onere di allegare oggettivi elementi sintomatici di segno contrario (v. da ultimo, Sez. 6^, n. 13085 del 03/10/2013 - dep. 20/03/2014, Amato e altri, Rv. 259478).
13.4. Immune da censure logico giuridiche è poi l'ulteriore passaggio della motivazione, nel quale la Corte ha tirato le fila delle emergenze obbiettive prima disaminate ed ha ritenuto comprovata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la piena adesione al programma associativo ed agli scopi del sodalizio dell'imputato, evidenziando che questi si metteva a disposizione piena ed incondizionata rispetto al clan e poneva in essere condotte concrete tese a rafforzare l'esistenza del vincolo associativo ed a realizzarne gli scopi (v. pagine 142 e 143). Conclusione, questa, che si allinea in modo perfetto ai principi costantemente espressi da questo Giudice nomofilattico, secondo i quali la condotta di partecipazione all'associazione di tipo mafioso è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno status di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato "prende parte" al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi (Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005 - dep. 20/09/2005, Mannino, Rv. 231670).
13.5. Nessun pregio ha poi la doglianza difensiva in merito alla "prova mancata" in relazione alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Pe.Ro. e D.G. sentiti in sede di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale. La doglianza si appalesa difatti generica laddove non sono esplicitate le ragioni per le quali la circostanza che detti collaboratori niente abbiano riferito in merito ad A.C. dovrebbe assumere una qualche rilevanza a discolpa del ricorrente: la prova negativa ha invero portata di per sè neutra, salvo che, per la particolare posizione del propalante e lo specifico oggetto del contributo dichiarativo, l'assenza di riferimenti all'imputato non possa assumere una valenza a discarico, in quanto in concreto significativa dell'estraneità di questi a tale contesto delinquenziale. Si pensi, ad esempio, alla situazione nella quale sia comprovata l'abituale frequentazione da parte del dichiarante della stessa cerchia di affiliati di cui faccia parte anche l'imputato, in un contesto temporale coincidente con il tempus commissi delicti: in tale caso, la circostanza che il propalante niente riferisca in merito a quest'ultimo potrebbe effettivamente costituire un indice di estraneità del medesimo a quel gruppo criminale, sempre che il silenzio serbato al riguardo non sia frutto di un deliberato disegno del dichiarante. Nessuna prospettazione di tale fatta si rinviene peraltro nel ricorso dell' A.C., nel quale sono svolte considerazioni generiche sulla "prova mancata", il che impedisce di valutare la rilevanza e la fondatezza della deduzione, che risulta pertanto insuscettibile di scalfire la tenuta logica del ragionamento sviluppato dal Collegio partenopeo.
13.6. A diversa conclusione si deve pervenire con riguardo ai dedotti violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla contestazione concernente l'arma, aggravata ai sensi della L. n. 203 del 1991, art. 7.
Ritiene il Collegio che le censure del ricorrente siano fondate, là dove - come si evince dalla lettura del provvedimento in verifica - la Corte è pervenuta al "ribaltamento" del giudizio assolutorio di primo grado sulla scorta di una diversa valutazione di una sola conversazione captata il 10 marzo 2008, interpretata in termini che, nondimeno, non possono ritenersi conformi a ragionevolezza.
Come si legge nelle pagine 125 e seguenti, il Collegio d'appello ha invero fondato il giudizio di penale responsabilità per la detenzione ed il porto dell'arma calibro 9X21 sul contenuto dell'intercettazione n. 2253 del 10 marzo 2008 all'interno del rimessaggio intestato ad A.P. ed ha argomentato che, dal tenore del dialogo - stimato estremamente esplicito -, emerge la pacifica disponibilità da parte di P.P. di un'arma da fuoco non registrata e, soprattutto, andando di contrario rispetto al primo giudice, risulta provato il concorso di A.C. nella detenzione e nel porto della stessa. Al riguardo, la Corte ha rilevato che A.C. prendeva parte alla conversazione concernente la pistola (circostanza in effetti ammessa dallo stesso imputato in sede di spontanee dichiarazioni, seppure aggiungendo che egli aveva pensato che si trattasse di un'arma giocattolo; v. pagina 129 della sentenza); che la scena monitorata dagli inquirenti avveniva all'interno del rimessaggio della A.P., sede operativa del sodalizio criminale e luogo di occultamento delle armi finalizzata alla commissione di illeciti; che l'imputato si trovava in tale luogo con personaggi di spicco della consorteria quali P.P. e P.M. e partecipava alla verifica delle specifiche caratteristiche dell'arma, di cui veniva chiaramente palesata la finalizzazione a compiere azioni offensive, e dunque teneva una condotta tesa ad agevolare la detenzione e l'occultamento delle armi detenute dal gruppo dei P. (v. pagine 132 e 133 della sentenza).
Se non che l'iter argomentativo sviluppato nella motivazione del provvedimento in verifica, pur confrontandosi con la motivazione della decisione assolutoria di primo grado, nondimeno poggia su elementi che non consentono di affermare, secondo i parametri dell'id quod plerumque accidit, che il ricorrente abbia, al di là di ogni ragionevole dubbio, concorso nella detenzione e nel porto dell'arma.
13.7. Ora, costituisce principio di diritto pacifico quello secondo il quale che il concetto ""detenzione" in ambito giuridico non implica necessariamente un contatto fisico immediato tra il soggetto attivo e la res, ma deve essere inteso nel senso di disponibilità di fatto, realizzata attraverso l'attrazione della stessa nell'ambito della propria sfera di custodia, anche in difetto dell'esercizio continuo e/o immediato di un potere manuale da parte del soggetto attivo. Nel caso poi in cui si abbia a che fare con una fattispecie concorsuale (come nella specie), in linea con i principi generali in tema di concorso di persone nel reato, il concorso di più persone nel porto o nella detenzione di una arma non può essere escluso dalla appartenenza di questa ad uno solo dei concorrenti, ma sussiste quando l'arma si trovi nella disponibilità di tutti, o l'uso di essa sia stato previsto dai concorrenti per commettere un reato, o quando i soggetti partecipino consapevolmente al porto dell'arma stessa, perchè una tale condotta realizza un apporto all'Azione criminosa (Sez. 1^, n. 7524 del 16/03/1987 - dep. 20/06/1987, Fede, Rv.
176212).
Sempre in linea generale, giova rammentare che, secondo le linee ermeneutiche tracciate da questa Corte regolatrice in tema di detenzione di sostanze stupefacenti, la distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto va individuata nel fatto che la prima postula che l'agente mantenga un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo alla realizzazione del reato, mentre il secondo richiede un contributo partecipativo positivo - morale o materiale - all'altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente (Sez. 4^, n. 4055 del 12/12/2013 - dep. 29/01/2014, Benocci, Rv. 258186).
13.8. Posti tali principi interpretativi, ritiene questa Corte che la condotta di A.C., il quale discuteva con P. P. delle varie tipologie di armi ed a cui i fratelli P. P. e P.M. mostravano una pistola, parlando quindi con loro delle caratteristiche dell'arma, non sia tale da poter comprovare la partecipazione del ricorrente nella detenzione della pistola ed, a maggior ragione, nel porto della medesima.
Nelle circostanze di fatto evidenziate dal giudice napoletano - almeno nei termini in cui sono stati valorizzate - non è possibile rinvenire la prova certa della cosciente partecipazione alla detenzione nè del consapevole e volontario contributo alla detenzione da parte di altri, id est dei fratelli P.. E ciò tanto più considerato che la riforma del giudizio assolutorio di primo grado avrebbe imposto sul punto una motivazione "rafforzata" e, dunque, logicamente e giuridicamente inattaccabile.
Ed invero, dalla motivazione della sentenza di merito non emerge che A.C. abbia mai acquisito la disponibilità della pistola nè che questi disponesse del luogo ove essa veniva custodita, essendo il rimessaggio riferibile alla famiglia P. (in quanto intestato ad A.P., moglie di P.S. e madre di P.P.); non risulta che in precedenti o in successive occasioni l'imputato abbia mai avuto a che fare con l'arma in oggetto. Il giudizio di colpevolezza si fonda in via esclusiva sulla valutazione della condotta come monitorata dall'intercettazione. Tuttavia, la circostanza che A.C. fosse messo a partito dai fratelli P. della loro disponibilità della pistola, che la visionasse e ne commentasse con loro le caratteristiche e la potenzialità offensiva non può invero dirsi univocamente dimostrativo della diretta riferibilità dell'arma al ricorrente nè della partecipazione del medesimo, a titolo di concorso, nella detenzione di essa da parte dei coimputati. La mera conoscenza da parte di un soggetto della presenza di una res illecita in un luogo, la visione della stessa res ed il commento delle relative connotazioni tecniche non valgono a costituire un diritto a disporre del bene, nè, da soli, possono apportare un consapevole contributo materiale o anche solo morale alla condotta delittuosa dei compiici, in termini di agevolazione o di rafforzamento della detenzione, riducendosi ad un comportamento nella sostanza passivo, id est inidoneo ad apportare un contributo alla realizzazione del reato e, pertanto, inquadrabile in termini di mera connivenza. La motivazione in punto di penale responsabilità di A.C. per la detenzione dell'arma risulta pertanto carente nella parte in cui non evidenzia in modo adeguato le ragioni in fatto e in diritto atte a dimostrare il contributo partecipativo positivo - morale o materiale - dell'imputato all'altrui condotta criminosa.
Manca inoltre l'apparato argomentativo per quanto attiene al ritenuto concorso di A.C. nel porto dell'arma.
Conclusivamente, la sentenza impugnata deve essere annullata con riguardo alla imputazione in parola. In caso di riconferma del giudizio di colpevolezza, il Giudice di rinvio dovrà argomentare anche in relazione alla integrazione della circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7 (ovviamente, ove stimata sussistente), tenendo conto delle indicazioni di cui al punto 10) del considerato in diritto.
13.9. Alla stregua del decisum appena delineato, risulta assorbito l'ultimo motivo con il quale si è eccepita la violazione di legge in relazione all'art. 62 bis c.p., per la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche, ad ogni buon conto congruamente argomentata nella pagina 144 della sentenza in rassegna.
14. Il ricorso presentato nell'interesse di A.L. deve essere dichiarato inammissibile.
Il ricorrente è stato condannato in primo ed in secondo grado per partecipazione ad associazione di stampo mafiosa sub capo 1) e ad associazione finalizzata ad attività di narcotraffico sub capo 18).
14.1. Inammissibili sono il primo ed il secondo motivo di doglianza con i quali il ricorrente censura il giudizio di penale responsabilità dell'imputato per la partecipazione dell'imputato alle due associazioni de quibus.
Le doglianze, per un verso, costituiscono replica dei motivi d'appello e risultano pertanto completamente generiche; per altro verso, sono comunque manifestamente infondate, a fronte della motivazione sviluppata dalla Corte territoriale nelle pagine 169 e seguenti. Il tema del concorso tra le due associazioni per delinquere è stato affrontato dalla Corte con motivazione congrua nelle pagine 61 e seguenti della sentenza, ribadite le osservazioni sviluppate al punto 5 del considerato in diritto.
Ne discende l'inammissibilità dei motivi, richiamate le considerazioni svolte in linea generale nei punti 6 e 7 del considerato in diritto.
14.2. Al pari inammissibile è la doglianza concernente la denegata concessione delle circostanze attenuanti generiche, a fronte della puntuale motivazione sviluppata sul punto a pagina 180, richiamate - anche in questo caso - le motivazioni già sopra svolte, sub paragrafo 9 del considerato in diritto.
15. Ad analoga conclusione si deve pervenire quanto al ricorso presentato nell'interesse di A.V., condannato con c.d.
doppia conforme per i reati associativi sub capo 1) e capo 18).
15.1. Le censure sviluppate nel primo e nel secondo motivo - concernenti la contestata partecipazione dell'imputato alle due associazioni per delinquere - riproducono nella sostanza i motivi d'appello e sono connotate da genericità; ad ogni modo, sono manifestamente infondate, a fronte della motivazione sviluppata dalla Corte napoletana nelle pagine 181 e seguenti. In particolare, il problema della identificazione dell'imputato è affrontato dalla Corte, con motivazione esente da vizi logico giuridici, nella pagina 183 della sentenza in rassegna. A sostegno della ritenuta inammissibilità dei motivi possono pertanto essere richiamate le considerazioni generali di cui ai punti 6 e 7 del considerato in diritto.
Il tema del concorso tra le due associazioni per delinquere è stato affrontato dalla Corte nelle pagine 61 e seguenti della sentenza, con motivazione congrua, ribadite le osservazioni sviluppate al punto 5 del considerato in diritto.
15.2. Inammissibile è anche il terzo motivo con il quale ci duole della mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, a fronte della puntuale motivazione sviluppata sul punto a pagina 185 della pronuncia in esame, richiamate - anche in questo caso - le motivazioni già sopra svolte, sub paragrafo 9 del considerato in diritto.
16. Il ricorso presentato dall'Avv. Di Bonito nell'interesse di B.S. è infondato e va rigettato. L'imputato è stato condannato dalla Corte territoriale per partecipazione all'associazione finalizzata ad attività di narcotraffico sub capo 18), dopo essere stato assolto in primo grado.
16.1. Infondati sono il primo motivo ed il terzo motivo di ricorso con i quali il patrono del B.S. ha dedotto, sotto profili diversi, la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione per avere la Corte affermato la penale responsabilità dell'imputato per il reato di partecipazione ad associazione finalizzata a narcotraffico sub capo 18), nonostante la mancanza di riscontri individualizzati alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia D.F.F..
Mette conto notare come, da un lato, i rilievi difensivi siano generici - e già di per sè inammissibili -; come, dall'altro lato, la Corte d'appello, nel "ribaltare" il giudizio assolutorio di primo grado, abbia passato in rassegna il pronunciamento di primo grado evidenziandone i limiti e, quindi, argomentato in modo puntuale in merito ai riscontri individualizzati alle dichiarazioni di D.F. C. e, soprattutto, alla identificazione di B.S. nella persona soprannominata " S." (v. pagine 187 e seguenti e soprattutto le conclusioni a pagina 194). Le considerazioni della Corte si appalesano scevre da vizi logico giuridici ictu oculi percepibili e risultano pertanto censurabili in questa Sede.
16.2. Completamente fuori centro è il secondo motivo di ricorso con il quale si è contestata la possibilità di ravvisare il concorso tra le associazioni ex art. 416 bis c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, atteso che - come già evidenziato - B.S. è stato condannato soltanto per quest'ultimo reato associativo.
16.3. Inammissibili sono le censure dedotte (da entrambi i difensori del B.S.) in merito alla denegata concessione delle circostanze attenuanti generiche a fronte della motivazione sviluppata sul punto a pagina 218, puntuale e conforme a ragionevolezza e pertanto incensurabile nel giudizio di legittimità (v. punto 9 del considerato in diritto).
16.4. Manifestamente infondato è anche il primo motivo dedotto nell'atto di ricorso del secondo difensore del B.S. Avv. Antonio Abet, con il quale si sono eccepiti la violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 591 e 593 c.p.p. per la mancata dichiarazione di inammissibilità dell'appello del P.M..
Richiamate le considerazioni già svolte nel punto 3 del considerato in diritto, nelle pagine 12 e seguenti dell'atto d'appello, il pubblico ministero ha invero puntualmente illustrato le ragioni di critica avverso la sentenza assolutoria di primo grado ed esposto le ragioni per le quali tale giudizio avrebbe dovuto essere rivisto.
16.5. Infondate sono gli eccepiti violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 e 605 c.p.p., con riferimento alla riforma della sentenza assolutoria di primo grado in accoglimento del ricorso del P.M..
Come si è già rilevato nel paragrafo 4) del considerato in diritto, nel nostro ordinamento non è fatto divieto di capovolgere il giudizio assolutorio di primo grado pur a panorama probatorio invariato, a condizione che il decidente di secondo grado ripercorra criticamente le valutazioni espresse dal primo giudice e motivi, con considerazioni munite di forza argomentativa superiore, la maggior plausibilità e correttezza giuridica del proprio apprezzamento.
A tali dettami si è conformato il giudice a quo laddove, nel contraddire il giudizio d'assoluzione, ha preso in disamina le motivazione svolte dal primo giudice, le ha sottoposte ad attento vaglio ed ha quindi argomentato in modo puntuale circa i riscontri individualizzati alle dichiarazioni di D.F.C. e l'identificazione di B.S. nel personaggio soprannominato " S.", pervenendo, attraverso un iter esente da vizi logico giuridici, all'affermazione della penale responsabilità del ricorrente per il reato associativo ascritto (v. pag. 187 e seguenti).
17. Il ricorso presentato dall'Avv. Domenico De Rosa per B. M. è infondato e va rigettato.
B.M. è stato condannato per partecipazione ad associazione di stampo camorristico di cui al capo 1), dopo essere stato assolto in primo grado.
17.1. Manifestamente infondato è il primo motivo di ricorso col quale si è eccepita la violazione di legge processuale in relazione all'art. 453 del codice di rito, per essere stato il giudizio abbreviato instaurato sulla base di decreto di giudizio immediato viziato, in quanto emesso quando non era ancora intervenuta la definitività della decisione assunta ai sensi dell'art. 309 c.p.p., richiamate le considerazioni già sopra svolte sub punto 2) del considerato in diritto.
17.2. Destituito di fondamento è il secondo motivo di ricorso col quale il ricorrente deduce il vizio di motivazione in ordine alla riforma del giudizio assolutorio di primo grado, in quanto operato sulla base del medesimo quadro probatorio - il narrato del collaboratore D.F.F. - senza disporre la nuova audizione del dichiarante, in violazione dei principi affermati da questa Suprema Corte di cassazione.
Sotto un primo aspetto, va ribadito quanto già sopra osservato sub paragrafo 4.1) del ritenuto in diritto, e cioè che il Giudice di secondo grado non è sempre tenuto - in forza del disposto dell'art. 6 CEDU, come interpretato dalla sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo del 5 luglio 2011, nel caso Dan c/Moldavia - a rinnovare l'istruzione e ad escutere nuovamente i dichiaranti sentiti in primo grado: detto obbligo di novazione probatoria opera soltanto nel caso in cui il giudice d'appello addivenga alla riforma del giudizio assolutorio di primo grado sulla base di una diversa valutazione di attendibilità dei dichiaranti, situazione che non ricorre nel caso di specie.
Sotto altro aspetto, va rilevato che - contrariamente a quanto argomentato dal ricorrente - nell'accogliere il ricorso della parte pubblica, la Corte partenopea non si è limitata a "rileggere" le sole dichiarazioni del collaborante collaboratore D.F.C., ma ha vagliato criticamente le argomentazioni sviluppate dal primo Giudice ed ha poi argomentato, con una motivazione "rafforzata", la sussistenza dei presupposti per ritenere provata l'adesione di B.M. al clan omonimo, sulla base di una pluralità di dati conoscitivi, quali: a) le emergenze dei colloqui intercettati in carcere in "ambientale" tra B.R. e i suoi familiari;
b) l'inoltro di una lettera con minacce di morte a P. P., personaggio emergente nello scenario della criminalità organizzata, in contrapposizione - all'interno del B.R. - L.L.G. che si appoggiava alla famiglia P. (v. pagine 197 e seguenti del provvedimento in verifica);
c) le dichiarazioni rese dal collaboratore D.F.F. in merito alla frattura creatasi in seno al clan (v. pagine 199 e seguenti) confermata dai colloqui intercettati in carcere fra B.R. e i suoi familiari, tra cui suo fratello B. M., da cui si evince l'intraneità di quest'ultimo nel gruppo criminale (pagine 200 e seguenti); d) le frequentazioni di B.M. con sodali di rilievo nonchè gli esiti di alcuni colloqui telefonici del 2004, da cui si evince che egli maneggiava ingenti somme di denaro concernenti affari illeciti in accordo con i sodali e collaborava con il genitore B.G. delle attività illecite del clan (v. pagine 209 e seguenti); c) le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia D.F. F., Lu.Al. e T.G. in merito all'affiliazione di B.M. al clan diretto dal padre Gaetano (v. pagine 212 e ss e pagine 217 e seguenti).
Tirando le fila di quanto emerge dalle complessive risultanze processuali, il Giudice d'appello ha ritenuto provato che B. M. fosse dedito ad un'attività criminale - tutt'altro che passiva - di stimolo, guida e rafforzamento morale e concreto ai fini del perseguimento dei fini mafiosi del clan Beneduce, ritenendo pertanto provata l'appartenenza del medesimo alla consorteria criminale (v. pagine 214 e seguenti).
17.3. Nessun vizio di ordine logico o giuridico è ravvisabile nelle argomentazioni sviluppate dalla Corte napoletana là dove ha stimato comprovata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la piena adesione alla consorteria criminale di B.M., evidenziando come questi, lungi dal mantenere una posizione di mera solidarietà passiva, metteva il proprio operato a disposizione del clan e collaborava fattivamente in prima persona alla realizzazione degli scopi criminali del gruppo. Il che è conforme ai principi più volte affermati da questo Giudice di legittimità, secondo i quali la condotta di partecipazione all'associazione di tipo mafioso è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno status di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato "prende parte" al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi (Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005 - dep. 20/09/2005, Mannino, Rv. 231670).
18. Il ricorso presentato dall'Avv. Domenico De Rosa per B. R. va invece dichiarato inammissibile.
18.1. Manifestamente infondato è il primo motivo di ricorso col quale si è eccepita la violazione di legge processuale in relazione all'art. 453 del codice di rito, per essere stato il giudizio abbreviato instaurato sulla base di decreto di giudizio immediato viziato, in quanto emesso quando non era ancora intervenuta l'irrevocabilità della decisione assunta ai sensi dell'art. 309 c.p.p., richiamate le considerazioni già sopra svolte sub punto 2) del considerato in diritto.
18.2. Il secondo motivo di ricorso - con il quale il ricorrente si duole dell'apparato argomentativo posto a sostegno del giudizio di penale responsabilità ed, in particolare, della lettura del contenuto e della valutazione delle intercettazioni e delle dichiarazioni dei collaboratori - si sviluppa all'evidenza tutto sul piano del fatto e sollecita una rilettura delle emergenze processuali piuttosto che muovere un vizio rilevante ai sensi dell'art. 606 c.p.p., lett. d).
Puntuale, conforme a logica e coerente a condivisibili massime d'esperienze è d'altronde la motivazione svolta dalla Corte napoletana (nelle pagine 219 e seguenti), laddove si sono valorizzate a carico dell'imputato plurime intercettazioni dal contenuto inequivoco e le dichiarazioni rese dal collaboratore D.F. F. e si è data risposta ai rilievi mossi nell'atto d'appello con riguardo alle evidenziate critiche e lamentele del padre Ga., id est il capo clan, rilevando - con considerazioni congrue e non censurabili in questa Sede - come esse non possano ritenersi indicative di estraneità del ricorrente alla societas sceleris (v. pagine 227 e seguenti).
19. Va rigettato il ricorso presentato dall'Avv. Domenico De Rosa per Bu.Gi., condannato per il reato di estorsione e per violazione della legge sulle armi di cui al capo 31), dopo essere stato assolto in primo grado.
19.1. Con riguardo al primo motivo di doglianza, col quale si è dedotta la violazione di legge in relazione all'art. 6 CEDU e art. 111 Cost. in relazione al ribaltamento del giudizio assolutorio di primo grado, vanno ribadite le osservazioni svolte sub punto 4) del considerato in diritto, I rilievi mossi dall'impugnante - comunque connotati da genericità - non scalfiscono la tenuta logico giuridica dell'apparato argomentativo posto a sostegno della riforma del giudizio liberatorio di primo grado. La Corte ha invero dato atto delle dichiarazioni e del riconoscimento fotografico della persona offesa C. A. e soprattutto ha evidenziato una serie di circostanze costituenti riscontro specifico (accertata gestione da parte del Bu.Gi., assieme a F.V., di un rimessaggio di barche sito al Parco Augusto; esito della perquisizione personale e dell'autovettura; risultanze delle intercettazioni; dichiarazioni e riconoscimento fotografico del collaboratore Lu.Al.;
v. pagine 231 e seguenti). Il Giudice d'appello ha dunque esplicitato - in termini adeguati e non censurabili nella sede di legittimità - le ragioni per le quali la sentenza assolutoria non possa condivisa, dal momento che le dichiarazioni accusatorie del Ca.
V. sono sorrette da plurimi elementi individualizzanti a riscontro, in linea con il disposto dell'art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, (v. pagina 238).
19.2. Per tali ragioni si appalesa infondato anche il secondo motivo col quale si è eccepita la violazione di legge in relazione all'art. 192 codice di rito per erronea valutazione delle dichiarazioni dell'indagato in reato connesso C.A., atteso che - contrariamente a quanto apoditticamente dedotto nel ricorso - il Giudice distrettuale non si è sottratto dal compiere una puntuale ed argomentata valutazione della attendibilità intrinseca ed estrinseca delle dichiarazioni del collaboratore.
19.3. Inammissibile è infine l'ultimo motivo di doglianza in merito alla mancata valutazione della memoria depositata in atti. Richiamate le considerazioni già sopra svolte sub punto 8) del considerato in diritto, il ricorrente non ha invero specificato quali fossero le deduzioni mosse nell'atto difensivo, rispetto alle quali i giudici della cognizione avrebbero omesso di motivare.
20. E' inammissibile il ricorso presentato dall'Avv. Sebastiano Fusco per C.V., condannato in primo ed in secondo grado per partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso sub capo 1).
Nell'unico motivo dedotto, il ricorrente ha eccepito la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione all'art. 192 c.p.p. con riguardo alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Le doglianze sono all'evidenza generiche e si sviluppano tutte sul piano del merito - e dunque su di un terreno non percorribile nella sede di legittimità -, di tal che vanno dichiarate inammissibili, richiamate le osservazioni di cui ai punti 6) e 7) del considerato in diritto.
Ad ogni buon conto, le censure sono manifestamente infondate, a fronte delle motivazioni svolte dalla Corte, puntuali e conformi a ragionevolezza (v. pagine 241 e seguenti della sentenza in verifica).
Giova porre in evidenza come il Giudice distrettuale abbia risposto ai rilievi mossi nell'atto d'appello in merito alla collocazione temporale della partecipazione del C.V. alla societas, in epoca antecedente alle modifiche legislative apportate nel 2005 e nel 2008, rilevando, per un verso, che il collaboratore D.F. F. - stimato credibile - ha riferito che il ricorrente era intraneo all'organigramma associativo ancora nel 2009, per altro verso, che niente è emerso quanto alla dissociazione dell'imputato dal gruppo criminale (v. pagina 249). La ben argomentata partecipazione del ricorrente alla societas anche in epoca successiva alle sopra ricordate modifiche legislative rende pienamente legittimo il trattamento sanzionatorio applicato dai decidenti di merito.
21. Il ricorso presentato dall'Avv. Domenico De Rosa per Ca.
V. è infondato e va rigettato. Ca.Vi. è stato condannato in primo ed in secondo grado per partecipazione ai reati associativi di cui ai capi 1) e 18) e soltanto in grado d'appello, dopo l'assoluzione in primo grado, per l'estorsione e la violazione della legge sulle armi suo capo 31).
21.1. Inammissibile perchè manifestamente infondato è il primo motivo di doglianza col quale il ricorrente ha eccepito la violazione di legge processuale in relazione all'art. 453 c.p.p., per essere stato il giudizio abbreviato instaurato sulla base di decreto di giudizio immediato viziato, in quanto emesso quando non era ancora divenuta irrevocabile l'ordinanza ex art. 309 stesso codice, ribadito quanto già rilevato sopra al punto 2) del considerato in diritto.
21.2. Manifestamente infondato è anche il secondo motivo col quale si è eccepito il vizio di motivazione in merito alla valutazione del contenuto delle intercettazioni e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Richiamato quanto già sopra rilevato sub punti 6. e 7. del considerato in diritto, il motivo ripropone invero censure già dedotte nei motivi d'appello, senza confrontarsi con le argomentazioni svolte in risposta dalla Corte territoriale, e comunque poggia su considerazioni tutte in fatto, pertanto non coltivabili in questa Sede.
L'apparato argomentativo posto a sostegno della conferma del giudizio di condanna risulta, d'altra parte, scevro da vizi logici o giuridici ictu oculi rilevabili nel giudizio di legittimità, là dove - con argomentazioni puntuali e congrue - la Corte, dopo avere richiamato le motivazioni del primo giudice (nelle pagine 430 e seguenti della sentenza appellata), ha confermato il giudizio di affidabilità delle dichiarazioni rese da S.B.M., T.C. e dal "pentito" Z. (v. pagine 252 e seguenti); ha passato in disamina le convergenti dichiarazioni accusatorie provenienti dai collaboratori di giustizia Pe.An., T.G., D. F.F. e S.R. - riportando gli stralci più significativi delle loro propalazioni -; ha evidenziato come tutti i collaboratori indichino Ca.Vi. - cognato del capo clan B.G. - come esponente del sodalizio criminale e ne individuino i ruoli e compiti operativi e fiduciari come diretto referente del capo, anche nella gestione del traffico degli stupefacenti (v. pagine 259 e seguenti) ed ha infine esaminato il contenuto di diverse captazioni chiarendone il significato e la portata probatoria (v. pagine 266 e seguenti).
21.3. Va infine rigettato l'ultimo motivo di ricorso, col quale si è eccepita la violazione di legge processuale in relazione all'art. 192 codice di rito in riferimento al reato di cui al capo 31) (per il quale in primo grado v'è stata assoluzione) per la mancanza di riscontri individualizzati alle dichiarazioni del collaboratore.
Contrariamente a quanto eccepito dal ricorrente, come si evince dalla lettura delle pagine 273 e seguenti della sentenza in verifica, il Giudice campano, dopo avere richiamato le motivazioni già svolte in relazione alla posizione del coimputato Bu.Gi., ha esaminato le dichiarazioni rese dalla persona offesa C. A. e, quindi, in linea col disposto dell'art. 192 c.p.p., ha evidenziato i riscontri esterni individualizzanti, segnatamente il contenuto delle intercettazioni (in particolare quella da cui si evince il coinvolgimento dell'imputato nell'occultamente di una grossa imbarcazione) e le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia Lu.Al. e Pe.An., a conferma specifica del coinvolgimento dell'imputato in attività estorsive in ambito nautico.
22. Il ricorso presentato dell'Avv. Domenico De Rosa e dall'Avv. Giovanni Aricò per C.S. è fondato per le ragioni di seguito esposte.
L'imputato è stato condannato per la violazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 e L. n. 203 del 1991, art. 7 sub capo 20), dopo essere stato assolto in primo grado.
Preliminarmente giova sgombrare il campo dai motivi destituiti di qualunque fondamento.
22.1. Manifestamente infondata è l'eccepita violazione di legge processuale in relazione all'art. 453 c.p.p. in relazione all'instaurazione del giudizio abbreviato a seguito di decreto di giudizio immediato emesso prima della intervenuta definitività della decisione assunta ai sensi dell'art. 309 stesso codice, richiamato quanto già sopra considerato sub punto 2) del considerato in diritto.
22.2. Infondato è il secondo motivo (comune ad entrambi i ricorsi presentati da due difensori del C.S.), con il quale si è dedotto il vizio di motivazione in merito alla ritenuta penale responsabilità di C.S. ed alla interpretazione delle intercettazioni, anche in relazione al ribaltamento del giudizio assolutorio di primo grado.
Anche in questo caso, vanno richiamate le considerazioni già svolte in linea generale nel punto 4) del considerato in diritto.
Riformando la decisione del primo giudice, la Corte territoriale ha difatti valorizzato le intercettazioni delle conversazioni intercorse fra C.S. e B.G., capo dell'omonimo clan, ed ha osservato - con considerazioni puntuali, diffuse e conformi a ragionevolezza ed a condivisibili massime d'esperienza - come le espressioni "cioccolata svizzera", "orologio svizzero" e "magliette" non possano stimarsi equivoche - come ritenuto dal primo giudice -, in quanto, se sottoposte ad un'attenta valutazione critica nonchè valutate globalmente nel contesto generale delle ulteriori emergenze processuali, non possono che ritenersi indicative dell'utilizzo di un frasario convenzionale per significare la sostanza stupefacente (v.
pagine 281 e seguenti della sentenza in rassegna). Congruamente, il Giudice a quo ha valorizzato ad ulteriore conforto del quadro d'accusa le dichiarazioni del collaboratore Pe.Ro., in merito agli stretti rapporti fiduciari fra C.S. e B.G., capo del clan omonimo.
A fronte della linearità e della logica conseguenzialità che caratterizzano la scansione delle sequenze motivazionali dell'impugnata decisione sul punto, non v'è pertanto spazio per un sindacato di questo Giudice di legittimità (salvo quanto di seguito precisato in merito alla qualità ed alla quantità della sostanza commerciata).
22.3. Infondato è anche il motivo col quale si è eccepita la violazione di legge in relazione all'art. 603 c.p.p., con riferimento all'esame del collaboratore di giustizia Pe.Ro. disposto dalla Corte in sede di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, pur a seguito di giudizio abbreviato.
Secondo il consolidato insegnamento di questa Corte regolatrice, anche in sede di giudizio abbreviato in grado di appello è legittima l'assunzione di nuove prove disposta, su richiesta di parte, dal giudice che ne abbia ritenuto la necessità, la quale è rimessa alla sua valutazione discrezionale, non censurabile in sede di legittimità (Sez. 5^, n. 8384 del 27/09/2013 - dep. 21/02/2014, Trubia, Rv. 259045). Ancora, questa Corte ha ribadito che la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale in appello (art. 603 c.p.p.) è compatibile con il rito abbreviato "non condizionato" (Sez. 3^, n. 20262 del 18/03/2014 - dep. 15/05/2014, L, Rv. 259663).
Ne discende l'infondatezza della doglianza, là dove la Corte territoriale ha dato contezza delle ragioni per le quali l'esame del neo-collaboratore di giustizia Pe.Ro. dovesse ritenersi necessario ai fini del decidere, nell'ordinanza del 5 ottobre 2012 di ammissione della prova su richiesta dell'inquirente.
22.4. Tutto incentrato su doglianze di puro fatto è il quarto motivo del ricorso presentato dall'Avv. Domenico De Rosa, concernente l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche poste a base del giudizio di penale responsabilità per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 ed, in particolare, con riguardo alla decrittazione dei termini convenzionali utilizzati nelle conversazioni monitorate.
Si tratta invero di censure inammissibili in quanto poste al di fuori del perimetro dell'art. 606 c.p.p., lett. e), sulla scorta di quanto si è già sopra notato in linea generale nel punto 6) del considerato in diritto.
Come si è già sopra rilevato, la Corte territoriale ha invero argomentato, con una motivazione immune da vizi logici ictu oculi percepibili, la ragione per la quale - a discapito dei termini utilizzati ("cioccolata svizzera", "orologio svizzero" e "magliette") - le interlocuzioni avessero ad oggetto sostanza stupefacente (v.
pagine 281 e seguenti ed, in particolare, pagina 286).
22.5. Sono invece fondate le doglianze difensive mosse nei ricorsi a firma dei due patroni del C.S. che attengono alla determinazione del trattamento sanzionatorio, con riguardo alla individuazione della qualità ed alla quantità della sostanza stupefacente oggetto di traffico ed alla ravvisabilità della fattispecie delineata nel D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.
Ferma la già rilevata correttezza dell'apparato argomentativo nella parte in cui si è dato conto della natura stupefacente della res oggetto delle trattative e degli scambi monitorati dai servizi di intercettazione, la Corte ha completamente omesso di specificare le ragioni per le quali lo stupefacente indicato con i sopra indicati termini convenzionali debba ritenersi rientrare nell'alveo delle cd.
droghe pesanti anzichè in quelle cd. leggere, nè ha dato contezza delle ragioni per le quali i quantitativi trattati o le altre circostanze del fatto non consentano la sussunzione della fattispecie concreta nell'ipotesi c.d. lieve.
Ed invero, allorquando l'accertamento di un traffico di stupefacenti sia desunto dal mero contenuto delle conversazioni intercettate, ai fini della determinazione del trattamento sanzionatorio, il Giudice di merito non si può limitare a dare atto della natura genericamente stupefacente della sostanza trattata, ma è tenuto a motivare con particolare attenzione e rigore con riferimento agli elementi ed alle ragioni sulla scorta dei quali è risalito alla qualità ed alla quantità della droga movimentata. Ciò in quanto tali dati si appalesano determinanti ai fini della scelta del trattamento sanzionatorio applicabile, a maggior ragione all'esito delle profonde modifiche intervenute in punto di pena a seguito degli interventi del giudice costituzionale, con sentenza della Corte Costituzionale n. 32 del 2014, e del legislatore con D.L. n. 146 del 2013 (convertito dalla L. n. 10 del 2014) e con D.L. n. 36 del 2014 (convertito dalla L. n. 79 del 2014), con i quali si è ripristina in seno al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 la differenza di regime sanzionatorio per le condotte aventi ad oggetto le droghe cd. leggere e si è trasformata la fattispecie circostanziale della lieve entità del fatto in un'ipotesi autonoma di reato, punita con una sanzione decisamente più tenue di quella prevista dal comma 1.
La sentenza impugnata va pertanto annullata sul punto con rinvio ad altra Sezione della Corte d'appello di Napoli.
22.6. Da tale decisum discende l'assorbimento dell'eccepita violazione del disposto della L. n. 203 del 1991, art. 7.
Ove fosse confermata la condanna per la violazione della legge sugli stupefacenti, il Giudice del rinvio dovrà nondimeno tenere conto del principio di diritto espresso nel punto 10) del considerato in diritto, alla stregua del quale l'aggravante della agevolazione della consorteria mafiosa implica la prova della consapevolezza in capo all'agente di favorire l'interesse della cosca beneficiata.
Consapevolezza che, soprattutto ove si tratti di concorso in un delitto fine contestato come episodico (come meglio precisato nel prosieguo), non può ritenersi provata in considerazione dei soli rapporti intercorrenti tra l'imputato ed il capo clan, dovendosi dimostrare che l'imputato fosse non solo a conoscenza della caratura criminale di questi, ma avesse altresì coscienza che l'attività di narcotraffico cui prendeva parte in concorso con il predetto soggetto apicale costituisse il core business dell'associazione criminale, così da poter affermare che l'aver concorso a realizzare gli interessi del capo coincida con l'aver favorito gli scopi dell'organizzazione medesima.
22.7. Il ricorso è fondato anche con riguardo alla ritenuta continuazione interna al reato di cui al capo 20).
Sotto un primo profilo, mette conto rilevare come il capo d'imputazione non rechi nessuna contestazione del vincolo di continuazione interna, nè da un punto di vista formale (non essendovi alcuna menzione dell'art. 81 cpv c.p.), nè in fatto, laddove i tre "a capo", non contengono la descrizione di plurime condotte di acquisto e cessione di droga, ma menzionano soltanto le fonti di prova su cui poggia la prova dell'attività criminosa (segnatamente le telefonate intercettate da cui sono stati tratti gli elementi probatori).
Per altro verso, va posto in risalto come la stessa Corte territoriale, nelle pagine 286 e 287, nel tirare le fila della ricostruzione in fatto, abbia dato atto trattarsi di un'unica vicenda criminosa di acquisto: eloquenti sono i passaggi della motivazione nei quali viene fatto riferimento ad "una medesima vicenda" e ad "un episodio".
Sulla scorta di tali premesse si appalesa pertanto illogica ed irragionevole la ritenuta sussistenza dei presupposti per la continuazione interna in considerazione del "frasario convenzionale che rimanda a precorse intese così da ritenere l'attività non occasionale", in quanto attività estranea al perimetro della contestazione sub iudice.
28. E' inammissibile il ricorso presentato dall'Avv. Diego Di Bonito nell'interesse di D.A., condannato per partecipazione ad associazione mafiosa sub capo 1) con doppia conforme.
28.1. Generico è il primo motivo col quale il ricorrente ha dedotto la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione alla ritenuta penale responsabilità dell'imputato per il reato associativo: genericità che, sulla scorta dei principi rammentati sub punto 7) del considerato in diritto, riverbera in termini di inammissibilità.
E ciò, ad ogni modo, a fronte dell'attenta e lineare motivazione sviluppata dalla Corte al riguardo nelle pagine 289 e seguenti della sentenza in verifica, là dove ha dato atto delle dichiarazioni accusatorie rese dal D.F.F., confermate dal contenuto delle conversazioni e delle lettere intercettate, dimostrative della veste dell'imputato di stretto collaboratore della famiglia P., in particolare di P.P..
28.2. E' inammissibile anche il secondo motivo con il quale ci si duole della mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, tenuto conto delle osservazioni di carattere generale già sopra sviluppate al punto 9) del considerato in diritto ed alla luce delle puntuali argomentazioni sviluppate sul punto dal giudice territoriale (v. pagina 297 della sentenza).
29. Al pari inammissibile è il ricorso dell'Avv. Diego Di Bonito nell'interesse di D.F.C., anch'egli condannato in primo e in secondo grado per partecipazione ad associazione mafiosa di cui al capo 1).
29.1. Analogamente a quanto già rilevato per D.A., gli eccepiti violazione di legge penale e vizio di motivazione in punto di penale responsabilità poggiano su considerazioni generiche (e dunque inammissibili, secondo quanto già rilevato sopra al punto 7), comunque insuscettibili di scalfire la tenuta logico giuridica dell'impianto argomentativo sviluppato al riguardo nelle pagine 299 e seguenti della sentenza, nella parte in cui si è dato atto del fatto che la permanenza del D.F.C. nel medesimo gruppo criminale all'interno del quale militava fino al 2003 - come accertato con sentenza divenuta cosa giudicata - si fonda sulle dichiarazioni rese da diversi collaboratori - quali suo fratello D.F.F., S.R. e Pe.An. -, confermate dal contenuto di plurime conversazioni intercettate.
29.2. Parimenti inammissibile è l'ultimo motivo concernente la denegata concessione delle circostanze attenuanti generiche, alla luce delle considerazioni generali di cui al punto 9) del considerato in diritto ed a fronte delle puntuali argomentazioni sviluppate sul punto dal giudice territoriale (v. pagina 310).
30. Vanno dichiarati inammissibili anche i ricorsi presentati personalmente da D.S.A., condannato in primo e in secondo grado per associazione mafiosa sub capo 1), e da D.S. U., condannato per associazione mafiosa sub capo 1) e per estorsione sub capo 13), sempre con doppia conforme.
Quanto a D.S.A. si tratta di motivo inammissibile in quanto, oltre ad essere contrassegnato da genericità, non scalfisce le congrue argomentazioni sviluppate dai decidenti di merito sul punto (nelle pagine 311 e 312), là dove hanno applicato al ricorrente le circostanze attenuanti generiche - già riconosciute in primo grado - con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante dell'associazione armata ed hanno rideterminato la pena sulla base di un ragionamento non manifestamente illogico e, dunque, insindacabile in questa Sede.
Quanto a D.S.U., anche a voler prescindere dal fatto che non risulta che in appello fosse stata avanzata una richiesta espressa di applicazione delle circostanza attenuanti, l'omesso riconoscimento della riduzione di pena risulta comunque sorretto da una motivazione adeguata seppure implicita (v. pagine da 313 a 316), nella parte in cui il Giudice di secondo grado, da un lato, ha dato atto del ruolo non secondario rivestito dal ricorrente all'interno del sodalizio, dall'altro lato, ha valutato il contegno processuale tenuto dall'imputato, rinunciando a perorare la tesi della estraneità alla consorteria criminale, ai soli fini della riduzione della pena base già determinata dal primo giudice (quanto alla legittimità della motivazione implicita ai fini dell'art. 62 bis cod. pen., v. ex plurimis Cass. Sez. 6^, n. 36382 del 4/7/2003, Dell'Anna, Rv. 227142; Sez. 6^, n. 14556 del 25/03/2011, Belluso e altri, Rv. 249731).
31. E' inammissibile anche il ricorso presentato dall'Avv. Raffaele Affuso nell'interesse di D.V.G., condannato per il reato associativo finalizzato ad attività di narcotraffico sub capo 18) con cd. doppia conforme.
31.1. I primi due motivi, con i quali il ricorrente ha eccepito la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione al giudizio di penale responsabilità per il reato associativo, sono palesemente destituiti di fondamento.
Sotto un primo aspetto, mette conto rilevare come il Giudice d'appello (v. pagina 318 e seguenti) abbia correttamente argomentato l'utilizzabilità della sentenza non irrevocabile pronunciata nei confronti di D.V.G. dal Tribunale di Napoli in altro procedimento soltanto come documento ex art. 234 c.p.p., coerentemente al costante insegnamento di questa Corte (Sez. 5^, n. 11905 del 22/01/2010 - dep. 26/03/2010, D.R. e altri, Rv. 246550).
Sotto altro aspetto, nessun vizio logico argomentativo è ravvisabile nella motivazione in punto di valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, rispondendo alla disciplina normativa di cui all'art. 192 c.p.p., comma 3, che le propalazioni dei coimputati o degli imputati di procedimento connesso possano essere utilizzate come prova soltanto allorchè siano acquisiti riscontri specifici individualizzati, sicchè rientra nella fisiologia processuale che, in uno stesso processo, le dichiarazioni del medesimo chiamante in correità o reità subiscano utilizzazioni soggettivamente differenziate a seconda se rispetto al singolo "chiamato" siano o meno acquisiti elementi esterni a conferma, riscontri peraltro ben acquisibili in una fase successiva del procedimento.
Manifestamente infondate sono anche le doglianze attinenti alle dichiarazioni rese dai collaboratori Lu.Al., Pe.An. e D.F.F., atteso che, nel riprodurre le censure già dedotte in appello, sono state puntualmente disattese dalla Corte territoriale ponendo in luce come - contrariamente a quanto rilevato dal difensore - si tratta di "chiamate" non soltanto de relato ma dirette nei confronti dell'imputato, reciprocamente riscontrate (v. pagine 321 e seguenti) e confermate da diversi elementi, quali la chiamata diretta di T. G. (v. pagina 319), gli accertamenti di P.G. compiuti sul luogo dell'agguato in danno dello stesso D.V.G. (v. pagina 321), le dichiarazioni dell'ex collaboratore To.Ca. e del collaboratore S.R. (v. pagine 325 e seguenti) ed i dialoghi intercettati il 16 gennaio 2001, fra i cui interlocutori è riconoscibile D.V.G. (v. pagina 329). Ineccepibilmente la Corte ha concluso che nessuna rilevanza può assumere il fatto che il Gup del Tribunale di Napoli, sulla scorta delle medesime emergenze delle intercettazioni ambientali del 16 gennaio 2001, avesse pronunciato nei confronti di D.V.G. sentenza di non luogo a procedere, dal momento che all'epoca non erano state ancora acquisite le convergenti dichiarazioni dei plurimi collaboratori di giustizia (v. pagina 329).
Insomma, nell'apparato argomentativo a sostegno della condanna non sono rinvenibili vizi logici all'evidenza percepibili, essendo il Collegio della cognizione pervenuto alla conferma della condanna sulla scorta di una lettura unitaria e complessiva dell'intero compendio probatorio, in ossequio ai principi più volte affermati da questa Corte, secondo cui le diverse emergenze vanno valutate in una prospettiva globale e unitaria, tendente a porre in luce i collegamenti e la confluenza in un medesimo contesto dimostrativo (ex plurimis Sez. 2^, n. 42482 del 19/09/2013 - dep. 16/10/2013, Kuzmanovic, Rv. 256967), mentre le censure del ricorrente si risolvono nella sollecitazione ad una rilettura delle carte processuali, non proponibile in questa Sede.
31.2. Manifestamente infondato è anche il terzo motivo di doglianza concernente la contestata applicazione della circostanza aggravante prevista dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 e l'omesso riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.
La Corte ha confermato le valutazioni già espresse dal primo giudice in punto di riconoscimento della circostanza aggravante in parola, in considerazione del fatto che D.V.G. ricopriva un ruolo di primo piano nella gestione dello spaccio nel rione Toiano, della circostanza che questi operava in contatto con esponenti di spicco dell'organizzazione e, soprattutto, in virtù dell'autorizzazione data dai capi del clan Beneduce Longobardi a che l'imputato gestisse detta piazza di spaccio con una certa autonomia, sub conditione che la medesima organizzazione avrebbe approvvigionato la sostanza smerciata, così da garantire a quest'ultima un diretto ritorno economico (v. pagina 330). Il che - conformemente all'insegnamento di questo Giudice (si veda sopra sub punto 10 del considerato in diritto) - rende palese l'integrazione, sotto il profilo tanto oggettivo quanto soggettivo, dell'agevolazione degli scopi criminali dell'associazione.
Inappuntabile è poi la parte della motivazione dedicata alla mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche (v. pagine 330 e 331), perfettamente in linea con la consolidata giurisprudenza di legittimità (v. punto 9 del considerato in diritto).
32. Il ricorso presentato dall'Avv. Domenico De Rosa per la posizione di D.G.E. va accolto con limitato riguardo alla determinazione della pena. L'imputato è stato condannato per partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso sub capo 1) dopo essere stato assolto in primo grado.
32.1. Inammissibili sono i primi due motivi di ricorso con i quali il ricorrente ha contestato il ribaltamento in appello del giudizio assolutorio di primo grado e quindi le valutazioni compiute dalla Corte d'appello in senso contrario rispetto a quelle operate dal primo giudice.
Entrambi i motivi si appalesano infatti totalmente generici ed in quanto tali inammissibili, richiamate sul punto le considerazioni già svolte sub punto 7) del considerato in diritto.
D'altronde, la Corte partenopea, dopo avere ripercorso e criticato l'iter argomentativo del giudice di primo grado, ha rilevato come dal processo emergano plurimi elementi per poter affermare che D. G.E., condannato per partecipazione ad associazione di stampo camorristico fino al 13 maggio 2003, sia rimasto intraneo alla medesima organizzazione anche in epoca successiva. Ciò avendo riguardo alle dichiarazioni rese dai collaboratori Pe.
A., S.R. e T.G., riscontrate dalle frequentazioni dell'imputato con persone facenti parte del sodalizio e dal contenuto delle intercettazioni del 2006, là dove lo stato detentivo, anche in regime di art. 41-bis Ord. Penit., non è di per sè idoneo a determinare la rescissione del vincolo associativo, mentre la volontà di uscire dal gruppo - emersa dalle captazioni - veniva soltanto ventilata dall'imputato, come sfogo conseguente alla mancata percezione della "mesata", circostanza - quest'ultima - anzi confermativa dell'intraneità del ricorrente alla consorteria (v.
pagine 331 e seguenti).
Le considerazioni svolte dal Collegio di merito sono perfettamente allineate alla costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità che, per un verso, ai fini della utilizzazione delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, richiede che siano evidenziati plurimi riscontri estrinseci individualizzanti a conferma delle propalazioni (v. da ultimo, Sez. 6^, n. 1249 del 26/09/2013 - dep. 14/01/2014, Ceroni, Rv. 258759); per altro verso, esclude che il sopravvenuto stato detentivo dell'imputato possa, di per sè, determinare la rescissione del vincolo con l'associazione per delinquere di stampo mafioso, che viene meno nel solo caso, oggettivo, della cessazione della consorteria criminale ovvero nelle ipotesi soggettive, positivamente acclarate, di recesso o esclusione del singolo associato (v. da ultimo, Sez. 1^, n. 46103 del 07/10/2014 - dep. 07/11/2014, Caglioti, Rv. 261272).
La riforma del giudizio assolutorio di primo grado poggia pertanto su di una argomentata critica della decisione di primo grado e su di una valutazione del compendio probatorio adeguata, in quanto conforme a logica e diritto, e dunque "rafforzata", coerentemente ai principi già espressi da questa Corte e sopra rammentato nel paragrafo 4) del considerato in diritto.
32.2. Altrettanto generica e dunque inammissibile è doglianza mossa con riguardo alla mancata valutazione delle deduzioni rassegnate nella memoria che il ricorrente asserisce avere versato agli atti.
Ribadito quanto già osservato nel punto 8) del considerato in diritto, va posto in luce come il ricorrente non abbia esplicitato quali circostanze i decidenti di merito avrebbero omesso di delibare e quale sia la rilevanza delle stesse ai fini della decisione assunta ed ha comunque impedito a questa Corte di vagliare la sussistenza della denunciata lacuna della motivazione.
32.3. E' invece fondato il terzo motivo col quale il ricorrente si duole della mancata applicazione del disposto dell'art. 63 c.p., comma 4, pur concorrendo più circostanze aggravanti ad effetto speciale, quali la recidiva e quella prevista dall'art. 416 bis c.p., al comma 4.
Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, la recidiva è circostanza aggravante ad effetto speciale quando comporta un aumento di pena superiore a un terzo e pertanto soggiace, in caso di concorso con circostanze aggravanti dello stesso tipo, alla disciplina di cui all'art. 63 c.p., comma 4, con la conseguenza che il giudice, quand'anche la recidiva sia di natura obbligatoria e comporti un aumento predeterminato della pena, può procedere all'ulteriore aumento di pena e, ove ritenga di apportarlo, è vincolato al limite di cui al combinato disposto dell'art. 63 c.p., comma 4, e art. 64 c.p., comma 1 ("fino ad un terzo della pena prevista per il reato commesso") (Sez. 2^, n. 9365 del 13/02/2015 - dep. 04/03/2015, Bellitto Grillo e altri, Rv. 263981; Sez. U, n. 20798 del 24/02/2011 - dep. 24/05/2011, P.G. in proc. Indelicato, Rv. 249664).
Di tali coordinate ermeneutiche non hanno tenuto conto i decidenti di merito, là dove - come si legge in sentenza -, dopo avere determinato la pena base in relazione alla fattispecie aggravata dell'associazione armata in anni nove di reclusione, hanno poi aumentato detta pena per la recidiva sino ad anni quindici di reclusione, in evidente violazione del disposto dell'art. 63 c.p., comma 4, dal momento che hanno apportato un aumento superiore ad un terzo della pena prevista per il reato commesso.
32.4. Non coglie invece nel segno l'ultima deduzione, con la quale si è eccepita la violazione di legge per omessa valutazione dei presupposti di applicazione della continuazione in relazione alla sentenza del 15 luglio 2008 della Corte d'appello di Napoli. Ed invero, dal fascicolo processuale (e segnatamente dall'atto d'appello e dal verbale d'udienza) non emerge che l'imputato abbia mai avanzato una richiesta.
Ad ogni modo, il ricorrente potrà avanzare la richiesta di applicazione della continuazione al giudice dell'esecuzione ai sensi dell'art. 671 c.p.p..
32.5. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio con limitato riguardo alla determinazione della pena.
33. Il ricorso presentato dall'Avv. Carmine Ucciero nell'interesse di D.C.G. va accolto con limitato riguardo all'applicazione della circostanza aggravante della L. n. 203 del 1991, art. 7.
33.1. Destituito di fondamento è il primo motivo col quale il ricorrente si duole della conferma del giudizio di penale responsabilità in merito alla rapina sub capo 16), sostenendo di avere dimostrato che l'imputato aveva agito non per scopo di lucro bensì per mera ritorsione nei confronti della ex coniuge.
Ineccepibile è invero il ragionamento seguito dalla Corte nel ritenere integrato il reato di rapina, in quanto, per un verso, la ricostruzione dei fatti è solidamente ancorata alle risultanze processuali delineate nella sentenza di primo grado, e lo stesso ricorrente non contesta di avere ricoperto nella vicenda il ruolo di basista e di "specchiettista"; per altro verso, le considerazioni svolte dal Giudice distrettuale in merito alla integrazione dell'elemento soggettivo risultano perfettamente conformi ai principi affermati da questa Corte.
A tale ultimo proposito, va rilevato che il Giudice a quo ha congruamente motivato come, dalle risultanze probatorie, emerga chiaramente che la rapina era volta a realizzare uno scopo di lucro (v. in particolare la conversazione intercettata n. 258 del 5/5/2004, a pagine 369 e seguente della sentenza). Se ne inferisce, in ossequio ai principi generali in tema di concorso di persone nel reato, che detto scopo di lucro veniva fatto proprio dall'imputato nel momento in cui concorreva alla commissione del delitto.
D'altra parte, costituisce principio ormai acquisito quello secondo il quale, ai fini della dimostrazione del dolo specifico, occorre che siano provate la coscienza e la volontà di porre in essere violenza o minaccia allo scopo specifico di ottenere un ingiusto profitto, mentre i moventi personali che costituiscono la causa psichica dell'azione (come la ritorsione in danno della ex coniuge) sono irrilevanti ai fini della integrazione del reato.
In ultimo, non può omettersi di porre in rilievo come, secondo lo stabile orientamento ermeneutico di questa Corte regolatrice, nel delitto di rapina il profitto può comunque concretarsi in ogni utilità, anche solo morale, nonchè in qualsiasi soddisfazione o godimento che l'agente si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione, purchè questa sia attuata impossessandosi con violenza o minaccia della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene (v. da ultimo, Sez. 2^, n. 11467 del 10/03/2015 - dep. 19/03/2015, Carbone, Rv. 263163). In un caso sovrapponibile a quello di specie, si è ritenuto integrato il reato di rapina, in quanto pur sempre si realizza un profitto ingiusto, anche quando il motivo per cui il reo abbia agito consista nel soddisfacimento di un'esigenza punitiva nei confronti della vittima, nella risposta all'impulso di infliggere una sanzione afflittiva alla vittima (Sez. 2^, n. 1061 del 11/11/1985 - dep. 25/01/1986, Loda, Rv.
171730).
33.2. L'apparato argomentativo della sentenza in rassegna è invece deficitario con riguardo alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7 profilo rispetto al quale il Collegio distrettuale ha riformato la decisione di primo grado che aveva escluso l'aggravante in parola.
Nel ribaltare la sentenza di primo grado sul punto, la Corte ha in particolare valorizzato i contatti diretti del D.C.G. con personaggi di spicco del sodalizio criminale, emersi dalle telefonate intercettate e dalle dichiarazioni di D.F. F. (vedi pagine 369 e seguenti). Se non che le sopra delineate circostanze non paiono idonee a sostenere l'imputazione soggettiva dell'aggravante de qua che, come già osservato al punto 10) del considerato in diritto, richiede il dolo specifico di favorire l'associazione come obiettivo diretto della condotta (Sez. 5^, n. 1706 del 12/11/2013 - dep. 16/01/2014, P.G., Barbaro e altro, Rv. 258951). Dolo specifico la cui attenta verifica si imponeva non soltanto perchè su tale aspetto - riformandosi la decisione del Gup nel senso della esclusione dell'aggravante - la Corte territoriale era tenuta a rendere una motivazione cd. rafforzata (in relazione alla quale si rimanda al punto 4 del considerato in diritto), ma anche in considerazione dello specifico assunto difensivo secondo il quale l'imputato, ex cognato della vittima, si era reso disponibile a fungere da basista in un'ottica ritorsiva verso la famiglia della ex moglie, dunque non per favorire la consorteria.
La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio con limitato riguardo all'applicazione della L. n. 203 del 1991, art. 7.
34. Il ricorso presentato dall'Avv. Antonella Regine nell'interesse di D.D.A. è invece inammissibile.
Il ricorrente è stato condannato, con c.d. doppia conforme, per concorso in associazione finalizzata ad attività di narcotraffico sub capo 18), in continuazione con altra sentenza di condanna irrevocabile della Corte d'appello di Napoli.
Con l'unico motivo dedotto, il ricorrente si duole dell'erronea applicazione di legge e del vizio di motivazione in relazione all'omessa applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Oltre ad essere connotato da genericità - suscettibile di riverberare in termini di inammissibilità secondo quanto già notato sub punto 7) del considerato in diritto -, il motivo è manifestamente infondato alla luce della motivazione, puntuale e conforme a ragionevolezza, resa dalla Corte a pagina 377 della sentenza in verifica.
35. Al pari inammissibile è il ricorso presentato dall'Avv. Saverio Senese in relazione alla posizione di D.F.R., condannato per partecipazione ad associazione di stampo mafioso sub capo 1) con cd. doppia conforme.
35.1. Non coglie nel segno la prima deduzione con la quale si sono eccepiti la violazione di legge penale e processuale ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 24 e 111 Cost. e art. 6 CEDU in relazione alla dedotta genericità della imputazione.
Nelle pagine 336 e seguenti della sentenza in verifica, la Corte d'appello ha invero rilevato, con motivazione esente da illogicità manifeste, come l'enunciazione chiara e precisa del fatto richiesta a pena di nullità dall'art. 429, comma 1, lett. c) e comma 2, del codice di rito non imponga una indicazione dettagliata della imputazione allorquando sia data possibilità all'imputato di conoscere i fatti di cui sia accusato. Il che d'altronde è coerente con i paletti ermeneutici fissati da questo Giudice nomofilattico, secondo cui non sussiste alcuna incertezza sull'imputazione, quando il fatto sia contestato nei suoi elementi strutturali e sostanziali in modo da consentire un completo contraddittorio ed il pieno esercizio del diritto di difesa; la contestazione, inoltre, non va riferita soltanto al capo di imputazione in senso stretto, ma anche a tutti quegli atti che, inseriti nel fascicolo processuale, pongono l'imputato in condizione di conoscere in modo ampio l'addebito (Cass., Sez. 5^, n. 51248 del 05/11/2014 - dep. 10/12/2014, Cutrera Rv. 261741; Sez. 5^, n. 6335 del 18/10/2013 - dep. 10/02/2014, Morante Rv. 258948).
35.2. D'altronde, come altrettanto correttamente stimato dal Giudice distrettuale, allorchè si sia optato per la definizione del procedimento col rito abbreviato non sono più deducibili le nullità di ordine relativa, come appunto quella di specie.
Secondo i principi affermati da questa Suprema Corte, la nullità del decreto che dispone il giudizio per insufficiente enunciazione del fatto ha invero natura di nullità relativa (Cass. Sez. 6^, n.50098 del 24/10/2013, C, Rv. 257910), di tal che non è deducibile una volta operata la scelta per il giudizio abbreviato, nell'ambito del quale sono rilevabili soltanto le nullità di carattere assoluto e le inutilizzabilità cosiddette patologiche (Cass. sez. 2^, n. 19483 del 16/04/2013, A., Rv. 256038; Sez. U, n. 16 del 21/06/2000 - dep. 30/06/2000, Tammaro, Rv. 216246).
35.3. Inammissibili, in quanto costituiscono mera replica delle censure mosse nell'atto d'appello e si dispiegano tutte sul piano del fatto, le deduzioni mosse con il secondo motivo, col quale il ricorrente ha contestato la conferma del giudizio di penale responsabilità in quanto fondato sulle dichiarazioni rese da quattro collaboratori di giustizia, censurate come incerte, generiche e prive di riscontri (quanto alla indeducibilità nella sede di legittimità di motivi di merito si rinvia a quanto osservato suo punto 6) del considerato in diritto).
D'altronde, immune da vizi logico argomentativi immediatamente percepibili è la motivazione svolta dalla Corte sul punto, là dove ha preso in esame le dichiarazioni rese dai quattro collaboratori di giustizia Pe.An., D.F.F., S. R. e T.G., verificandone sia l'attendibilità intrinseca, sia l'attendibilità estrinseca, anche alla luce dei controlli di P.G. e delle emergenze delle intercettazioni (v. pagine 388 e seguenti e 405 e seguenti); si è poi soffermata - raccogliendo i solleciti dall'appellante - sull'aspetto della discordanza del soprannome del D.F.R. riferito dal Pe.An. ed ha congruamente rilevato come qualunque incertezza sul punto risulti superata dal riconoscimento fotografico dell'imputato da parte del Pe.An. (v. pagina 393); ha correttamente rilevato come le dichiarazioni accusatorie possano essere riscontrate anche mediante le narrazioni di altro collaboratore che confermino la partecipazione del medesimo "chiamato" all'associazione in un momento comunque compreso nell'intervallo temporale oggetto di contestazione (v. pagina 395).
Conclusivamente, le considerazioni svolte dal Collegio di merito sono perfettamente allineate alla costante giurisprudenza di legittimità.
Per un verso, il Giudice a quo compiuto un'attenta valutazione dell'attendibilità intrinseca dei collaboratori di giustizia ed evidenziato plurimi riscontri estrinseci individualizzanti a conferma delle propalazioni (per tutte, v. Cass. Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, Aquilina e altri, Rv. 255145; Sez. 3^, n. 3255 del 10/12/2009 - dep. 26/01/2010, Genna, Rv. 245867).
Per altro verso, ha correttamente valutato gli elementi di riscontro, là dove, in tema di reati associativi, il thema decidendum riguarda la condotta di partecipazione o direzione, con stabile e volontaria compenetrazione del soggetto nel tessuto organizzativo del sodalizio sicchè le dichiarazioni dei collaboratori o l'elemento di riscontro individualizzante non devono necessariamente riguardare singole attività attribuite all'accusato, giacchè il "fatto" da dimostrare non è il singolo comportamento dell'associato bensì la sua appartenenza al sodalizio (Sez. 2^, n. 23687 del 03/05/2012 - dep. 14/06/2012, D'Ambrogio e altri, Rv. 253221).
35.4. Manifestamente prive di fondamento sono le censure mosse in riferimento alla ritenuta circostanza aggravante dell'associazione armata.
Oltre a riprodurre i motivi già dedotti in sede di appello ed a non confrontarsi con le argomentazioni sviluppate sul punto dalla Corte territoriale, le censure non scalfiscono la puntuale motivazione svolta in sentenza, nella parte in cui, da un lato, si è correttamente argomentato in ordine alla natura oggettiva della circostanza aggravante in oggetto ed agli elementi sulla scorta dei quali debba ritenersi provato che il clan Beneduce disponesse di armi (v. pagine 67 e seguenti); dall'altro lato, nell'esaminare la specifica posizione del D.F.R., si sono evidenziati gli elementi - in particolare, le dichiarazioni dei collaboratori T.G. e S.R. - sulla scorta dei quali si è stimato provato il ruolo del ricorrente di custode delle armi per conto dell'organizzazione (v. pagine 407 e seguenti).
35.5. Ineccepibile - e dunque incensurabile nella sede di legittimità - è infine l'apparato argomentativo posto a base della determinazione della pena. La Corte ha invero rilevato - con motivazione circostanziata e lucida - come la condotta illecita del D.F.R. si sia protratta oltre il dicembre 2005 stante la mancanza di elementi indicativi di una dissociazione dalla consorteria criminale (v. pagina 411), sicchè si appalesa legittimamente applicata la disciplina sanzionatoria introdotta con legge n. 251 del 2005; ha poi sorretto con motivazione scevre da vizi logici ictu oculi percepibili la ritenuta insussistenza dei presupposti per le circostanze attenuanti generiche, stante la rilevata assenza di elementi positivamente valutabili (v. pagina 419), richiamate sul punto le considerazioni già sopra svolte sub punto 9) del considerato in diritto.
36. Il ricorso presentato dall'Avv. Alfonso Pagliano nell'interesse di D.R.R. è fondato con limitato riguardo all'applicabilità della circostanza aggravante della L. n. 203/1991, art. 7.
Giova notare come D.R.R. sia stato condannato con c.d.
doppia conforme per la rapina sub capo 16), riformata la decisione di primo grado limitatamente all'aggravante L. n. 203 del 1991, ex art. 7 esclusa dal Gup. 36.1. Generico e comunque manifestamente infondato è il primo motivo di ricorso con il quale si deduce la violazione di legge processuale per avere i decidenti di merito posto a base della decisione atti - segnatamente le intercettazioni - assunti possibilmente oltre il termine di scadenza delle indagini.
Per un verso, il ricorrente si limita a ventilare l'inutilizzabilità degli atti posti a base della ricostruzione dei fatti, senza indicare le specifiche ragioni e fornire i dati obbiettivi sulla scorta dei quali il compendio probatorio dovrebbe ritenersi inutilizzabile.
Per altro verso, non può che rammentarsi come, alla luce della giurisprudenza consolidata di questa Corte - peraltro correttamente richiamata anche dal Collegio d'appello - l'inutilizzabilità degli atti d'indagine prevista per il caso in cui tali atti siano stati effettuati dopo la scadenza dei termini prescritti, non essendo equiparabile alla inutilizzabilità delle prove vietate dalla legge (all'art. 191 c.p.p.), non è rilevabile d'ufficio ma solo su eccezione di parte e non opera nel giudizio abbreviato (Cass. Sez. 6^, n. 21265 del 15/12/2011 - dep. 01/06/2012, P.G., Bianco e altri, Rv. 252853).
36.2. Analoghe considerazioni valgono per l'eccepita violazione di legge processuale per avere i decidenti posto a base della decisione le dichiarazioni dei collaboratori assunte oltre il termine di centottanta giorni previsti per legge.
Secondo la pacifica giurisprudenza di questa Corte affermatasi dopo il pronunciamento a composizione allargata, le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia oltre il termine di centottanta giorni dalla manifestazione della volontà di collaborare sono utilizzabili nella fase delle indagini preliminari, in particolare ai fini della emissione delle misure cautelari personali e reali, oltre che nell'udienza preliminare e nel giudizio abbreviato (Sez. U, n. 1149 del 25/09/2008 - dep. 13/01/2009, Magistris, Rv. 241882).
D'altra parte, il Giudice d'appello ha rilevato, con motivazione puntuale e conforme a logica - pertanto incensurabile in questa Sede -, come il quadro probatorio a carico di D.R.R. poggi sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pe.
A. e D.F.F., reciprocamente riscontrate e convalidate dalle emergenze delle intercettazioni (v. pagine 431 e seguenti della sentenza).
36.3. Inammissibile in quanto teso ad una rivisitazione in fatto piuttosto che volto a denunciare un vizio scrutinabile nella sede di legittimità è il terzo motivo, col quale si è censurata la valutazione delle dichiarazioni rese dal collaboratore D.F. F. e la riconducibilità dell'utenza intestata a "Futura s.r.l.", richiamate sul punto le considerazioni svolte in linea generale nel punto 6) del considerato in diritto.
La Corte non si è infatti sottratta dal disaminare l'attendibilità intrinseca ed estrinseca delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia ed ha affrontato e risolto - con motivazione adeguata - lo specifico tema della riferibilità dell'utenza de qua all'imputato, desunta dalla circostanza che con essa D.R. R. chiamava Au. (vedi pagine 431 e seguenti).
36.4. Parimenti inammissibile per completa genericità è il quarto motivo, col quale il ricorrente ha contestato l'affermata penale responsabilità dell'imputato in ordine al concorso nella rapina (richiamato quanto già rilevato sub punto 7) del considerato in diritto), comunque sorretta da motivazioni aderenti a condivisibili massime d'esperienza e consolidati principi di diritto (v. pagine 432 e seguenti).
36.5. Come dato atto in premessa, è invece fondato il motivo attinente alla circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7.
La Corte territoriale ha, invero, argomentato la sussistenza dei presupposti legittimanti l'aggravamento sanzionatorio per l'elemento circostanziale in parola in considerazione del fatto che D.R. R. partecipava alla rapina i cui proventi venivano spartiti fra diversi affiliati anche non coinvolti nel misfatto, su indicazione del referente della fazione dei "Quartesi" Ri.
C., a favore del quale D.R.R. rendeva le sue prestazioni.
Tale conclusione non può, nondimeno, essere condivisa atteso che non risponde a nessuna comune massima d'esperienza che la partecipazione alla commissione di una rapina il cui bottino sia poi spartito con taluni associati non partecipanti al delitto sia di per sè indicativo della finalizzazione, oggettiva e soggettiva, del misfatto a rimpinguare le casse della societas. Detta circostanza di fatto si appalesa, difatti, di per sè neutra, potendo in effetti spiegarsi nell'ottica di finanziare la consorteria, ma anche - ed altrettanto plausibilmente - nella prospettiva di avvantaggiare i singoli sodali beneficiati dalla spartizione, per le ragioni più disparate, restitutorie piuttosto che di sostegno finanziario in presenza di specifiche situazioni di precarietà economica.
Ad ogni modo, niente la Corte ha detto quanto alla coscienza e volontà del D.R.R. di partecipare al delitto nella prospettiva di "agevolare il gruppo criminoso di appartenenza, rimpinguandone le casse", là dove - come si è già sopra chiarito sub punto 10) del considerato in diritto - , l'imputazione soggettiva della circostanza aggravante de quo impone una verifica positiva circa la cosciente ed univoca finalizzazione agevolatrice del sodalizio criminale (Cass. Sez. 6^, n. 31437 del 12/07/2012, Messina e altro, Rv. 253218).
Ciò tanto più considerato che proprio la circostanza aggravante in oggetto era stata esclusa dal Giudice in primo grado, di tal che l'imputazione dell'elemento circostanziale avrebbe imposto un apparato argomentativo "rafforzato", tale da rende palese, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sussistenza dei presupposti per il disposto aggravamento sanzionatorio.
La sentenza deve pertanto annullata in punto di applicabilità della circostanza aggravante in oggetto.
36.6. Risulta pertanto assorbita la doglianza mossa nel sesto motivo, concernente l'eccepito omesso bilanciamento fra le circostanze ad effetto speciale ai sensi dell'art. 63 c.p., comma 4, (ad ogni modo palesemente destituita di fondamento).
37. E' fondato il ricorso col quale F.S. ha chiesto l'annullamento della sentenza per violazione di legge in relazione all'aumento per la recidiva.
Rileva il Collegio come, a fronte della specifica richiesta di esclusione della recidiva reiterata formulata all'udienza del 21 novembre 2012 (v. verbale d'udienza in atti), la Corte d'appello abbia completamente omesso di pronunciarsi sul punto.
Versandosi in un caso di patente mancanza di motivazione su di una circostanza dedotta dall'appellante, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio limitatamente alla determinazione della pena, non essendo questo Giudice di legittimità, sulla scorta degli atti contenuti nel fascicolo, in grado di riscontrare direttamente l'insussistenza dei presupposti per l'aggravamento in forza dell'istituto ex art. 99 c.p..
38. Va dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall'Avv. Diego Di Bonito nell'interesse di G.S., condannato per partecipazione ad associazione di stampo mafioso di cui al capo 1), con c.d. doppia conforme.
38.1. Inammissibile perchè generico, in fatto e comunque manifestamente infondato, a fronte della puntuale motivazione sviluppata dalla Corte partenopea, è il primo motivo di ricorso con il quale il ricorrente si duole della conferma del giudizio di penale responsabilità dell'imputato per il reato associativo.
Richiamate le considerazioni già svolte in linea generale nei punti 6) e 7) del considerato in diritto, il Giudice distrettuale ha invero posto in evidenza, con motivazione puntuale e conforme a logica, che dai colloqui intercettati in carcere fra l'imputato, arrestato per estorsione, ed i familiari emerge chiaramente la partecipazione del medesimo alla societas (visti, in particolare, gli eloquenti riferimenti alla "mesata", id est allo stipendio mensile assicurato dalla consorteria ai familiari dei sodali caduti nelle maglie della giustizia), partecipazione convalidata dal rinvenimento nell'abitazione della madre del G.S. di una pistola con matricola abrasa e dal contenuto di alcune captazioni in merito all'assistenza legale assicurata al medesimo dall'associazione (v.pagine 474 e seguenti).
38.2. Parimenti inammissibile è l'ultimo motivo in punto di denegata concessione delle circostanze attenuanti generiche, richiamate le considerazioni già svolte in linea generale nel punto 9) del considerato in diritto ed alla luce della congrua motivazione svolta dal Giudice distrettuale a pagina 487 della sentenza.
39. E' inammissibile anche il ricorso presentato dall'Avv. Antonella Regine nell'interesse di I.G., condannato in primo e secondo grado per partecipazione ad associazione di stampo mafioso di cui al capo 1).
39.1. E' inammissibile in quanto generico il motivo concernente la violazione di legge processuale per l'omessa valutazione delle deduzioni rassegnate nella memoria che il ricorrente asserisce di avere versato agli atti. Ed invero, il ricorrente non ha esplicitato quali circostanze i decidenti di merito avrebbero omesso di delibare e dunque quale sia la rilevanza delle deduzioni ai fini della decisione assunta, impedendo a questa Corte di vagliare l'effettività della denunciata lacuna argomentativa, ribadito quanto già osservato nel punto 8) del considerato in diritto.
Non può omettersi di porre in rilievo come l'imputato, all'udienza del 12 giugno 2013, abbia rinunciato ai motivi tendenti all'assoluzione (v. pagina 488 della sentenza), di tal che la specificazione delle circostanze dedotte nell'atto e non delibate dalla Corte risulta a maggior ragione essenziale al fine di comprendere la rilevanza delle deduzioni esposte nella memoria difensiva, potendo in effetti non essere state valutate dal Collegio di merito in quanto assorbite dall'opzione processuale compiuta dall'imputato.
39.2. Motivo non consentito in questa Sede è anche il secondo profilo di doglianza afferente alla mancata applicazione dell'istituto della continuazione fra il tentato omicidio in danno dell'imprenditore di Rione Terra - delitto per il quale il ricorrente è stato condannato in via definitiva -, e la partecipazione all'associazione di stampo mafioso. La Corte ha invero motivato attentamente sulla specifica deduzione mossa nell'atto d'appello ed ha posto in rilievo, con considerazioni congrue - in quanto aderenti alle risultanze di fatto e conformi alla costante giurisprudenza di legittimità - come il delitto costituisse evento imprevedibile nella logica del gruppo, risultando ancor più accidentale l'azione di fuoco a seguito del rifiuto opposto dall'imprenditore al richiesto pagamento della "tangente" (v. pagina 490 della sentenza impugnata).
Le considerazioni sviluppate dalla Corte campana risultano perfettamente aderenti a principi ermeneutici consolidati, secondo i quali non è configurabile la continuazione tra il reato associativo e quei reati fine che, pur rientrando nell'ambito delle attività del sodalizio criminoso ed essendo finalizzati al rafforzamento del medesimo, non erano programmabili ab origine perchè legati a circostanze ed eventi contingenti ed occasionali o, comunque, non immaginabili al momento iniziale dell'associazione stessa (fattispecie in tema di rapporti tra associazione per delinquere di tipo mafioso e tentato omicidio aggravato D.L. n. 152 del 1991, ex art. 7) (v. da ultimo, Sez. 6^, n. 13085 del 03/10/2013 - dep. 20/03/2014, Amato e altri, Rv. 259481; Sez. 1^, n. 13609 del 22/03/2011 - dep. 05/04/2011, Bosti, Rv. 249930).
Nè v'è spazio per valutare in questa Sede l'eccepita disparità trattamento rispetto a D.F.F., in quanto poggiata su argomentazione in fatto, comunque insuscettibili di scalfire la tenuta logica del ragionamento svolto dalla Corte a sostegno del mancato riconoscimento ad I.G. dell'istituto de quo.
40. Va rigettato il ricorso presentato dall'Avv. Antonella Regine per la posizione di L.G., condannato, dopo essere stato assolto in primo grado, per partecipazione ad associazione finalizzata ad attività di narcotraffico di cui al capo 18).
40.1. Come si è già in relazione ad per altre posizioni, è inammissibile per genericità il motivo concernente l'omessa valutazione delle deduzioni rassegnate nella memoria depositata agli atti, là dove il ricorrente non ha circostanziato le circostanze che i decidenti di merito avrebbero omesso di delibare così da consentire a questo Giudice di apprezzare la dedotta lacuna, ribadito quanto già osservato nel punto 8) del considerato in diritto.
40.2. Sono, d'altra parte, infondate le deduzioni concernenti l'affermazione della penale responsabilità in ordine al reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74.
Le censure mosse nel ricorso investono in effetti il merito del giudizio espresso dalla Corte, la quale - in ossequio ai requisiti necessari per argomentare il ribaltamento del proscioglimento in primo grado definiti dalla giurisprudenza di questa Corte (in relazione ai quali si rinvia al punto 4 del considerato in diritto) - ha passato in rassegna i plurimi elementi a carico del ricorrente e dunque argomentato la diversa valutazione in merito allo stabile inserimento di L.G. nella compagine associativa finalizzata all'attività di narcotraffico, confrontandosi con le considerazioni - di segno opposto - sviluppate al riguardo dal decidente di primo grado ed esplicitando le ragioni per le quali il diverso apprezzamento sia l'unico plausibile. Il Collegio di merito ha, in particolare, rilevato come dalle convergenti dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia D.F.F., T. G. e S.R. emerga in modo certo la stabile partecipazione dell'imputato all'organizzazione criminosa dedita al traffico di stupefacenti e collegata al clan camorristico, quale gestore della piazza di spaccio del rione Toiano; si è poi soffermato sull'aspetto concernente l'esatta identificazione del ricorrente, rilevando - con considerazioni immuni da vizi logici - come nonostante la confusione fra i nomi dei fratelli operata dal collaboratore T.G. -, l'individuazione dell'imputato non sia revocabile in dubbio sulla scorta di molteplici risultanze di indagini e, soprattutto delle intercettazioni, nonchè del fatto che era proprio l'imputato ad essere "gambizzato" dai P. in data 15 agosto 2008 (v. pagine 492 e seguenti ed in particolare pagina 496 e 497 della sentenza).
41. E' inammissibile il ricorso presentato dall'Avv. Antonella Regine nell'interesse del difeso L.P., condannato con c.d.
doppia conforme per partecipazione ad associazione per delinquere finalizzata ad attività di narcotraffico sub capo 18).
41.1. Va ribadita l'inammissibilità del motivo concernente l'omessa valutazione delle deduzioni rassegnate nella memoria depositata agli atti: come si è già sopra notato in relazione ad altri ricorsi, la difesa del L.P. non ha invero specificato le deduzioni trascurate dalla Corte d'appello, di tal che non è possibile apprezzare la fondatezza del denunciato vizio, richiamate le considerazioni già svolte sub punto 8) del considerato in diritto.
41.2. Inammissibili sono anche le ulteriori doglianze: oltre a riprodurre le censure già mosse con l'atto d'appello ed a non confrontarsi con l'iter argomentativo della sentenza impugnata, le deduzioni si dispiegano tutte sul piano del fatto là dove sono volte a sollecitare una diversa valutazione delle emergenze probatorie in punto di valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle risultanze delle intercettazioni.
Scevra da vizi logico argomentativi ictu oculi percepibili è, d'altra parte, la motivazione della decisione impugnata, nella parte in cui il Collegio di merito - sollecitato dalle deduzioni mosse nell'atto d'appello - ha posto in evidenza (nelle pagine 500 e seguenti) come le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia D.F.F., Pe.An. e T.G. siano puntuali e riscontrate dagli accertamenti effettuati dai Carabinieri in merito alle modalità dell'agguato a D.V.G. ed ha quindi ripercorso, convalidandola - pure alla luce dei rilievi difensivi -, la lettura data dal primo grado del colloquio telefonico fra l'imputato e T.M. (v. pagine 502 e seguenti).
42. Il ricorso dall'Avv. Massimo Mercurelli nell'interesse di M.F. è inammissibile.
42.1. E' inammissibile il primo motivo di ricorso con il quale si denuncia il vizio di motivazione in punto di penale responsabilità dell'imputato per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa sub capo 1). Con tale motivo il ricorrente riproduce nella sostanza le medesime doglianze già sottoposte al vaglio del Collegio d'appello e pertanto non si confronta con le puntuali risposte fornite dal Giudice a quo sul punto, richiamate al riguardo le considerazioni svolte in linea generale sub punto 6 del considerato in diritto.
Ad ogni modo, la motivazione sviluppata dalla Corte territoriale nel validare la condanna pronunciata in primo grado si appalesa incensurabile in questa Sede, in quanto sorretta da considerazioni aderenti alle risultanze degli atti e conformi a ragionevolezza. I decidenti di merito hanno invero ripercorso le emergenze probatorie poste a fondamento del giudizio di responsabilità (controlli di P.G., dichiarazioni di C.A., il coinvolgimento dell'imputato in numerose estorsioni; v. pagine 519 e seguenti) ed, in risposta alla specifica deduzione mossa nell'appello, si sono soffermati sul tema dell'identificazione del M.F. nella persona chiamata " Na." nel corso dell'intercettazione ambientale in carcere tra G.S. e i suoi familiari (da cui si evince che detto Na. era il referente dell'organizzazione per la consegna delle somme per il mantenimento dei carcerati e dei loro familiari, le c.d. "mesate"), valorizzando al riguardo i rapporti fra M.F. e G. S., la frequentazione del primo della fazione dei "Quartesi", le emergenze di ulteriori captazioni ed i rapporti decennali fra il ricorrente ed I.L. nonchè le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Pe.An., D.F.F. e T.G. (v. pagine 557 e seguenti).
Nè il ragionamento seguito dalla Corte territoriale può ritenersi minato dal fatto che, in altra decisione della medesima Corte partenopea, si sia pervenuti ad una valutazione divergente in merito all'identificazione del " Na.", in quanto i due giudizi di merito, in quanto celebrati in tempi diversi, si fondano su piattaforme probatorie eterogenee, di tal che costituisce evenienza processualmente fisiologica che siano sfociati in esiti decisori difformi.
42.2. Inammissibile per genericità è la dedotta violazione di legge penale in relazione alla ritenuta recidiva.
Per un verso, secondo il principio espresso da questo Giudice di legittimità, l'esclusione della recidiva sulla base di condanne a pene estinte ad ogni effetto penale deve formare oggetto di espressa deduzione nell'atto di impugnazione, non potendo essere rilevata di ufficio dal giudice di appello ex art. 597 c.p.p., comma 5, (Sez. 5^, n. 7309 del 17/12/2014 - dep. 18/02/2015, Pusceddu, Rv. 262744). A tale riguardo, mette conto rilevare come nell'appello il ricorrente si fosse limitato a sollecitare genericamente l'esclusione della recidiva, senza meglio specificare le ragioni per le quali il decidente d'appello avrebbe dovuto procedere in tale senso.
Per altro verso, l'eccezione in parola risulta generica anche sotto diverso profilo, laddove non vengono forniti a questo Giudice di legittimità, nè risultano evincibili dal fascicolo processuale, gli elementi sulla scorta dei quali poter verificare l'erroneità delle valutazioni espresse al riguardo alla Corte distrettuale.
43. Va dichiarata l'inammissibilità anche del ricorso presentato dall'Avv. Diego Di Bonito nell'interesse di Ma.Fr., condannata per partecipazione ad associazione camorristica di cui al capo 1) in primo e secondo grado.
43.1. Le censure mosse col primo motivo di ricorso, afferente alla contestazione del giudizio di penale responsabilità dell'imputata, non sono deducibili in questa Sede, dal momento che l'imputata, all'udienza del 28 maggio 2013 del giudizio d'appello, ha ammesso gli addebiti ed ha rinunciato ai motivi tendenti all'assoluzione (v.
pagina 562 della sentenza in verifica), di tal che si tratta di motivo in effetti non dedotto in appello ed inammissibile ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 3.
43.2. E' inammissibile anche il secondo motivo dedotto nel ricorso presentato a favore della medesima Ma.Fr. dal secondo difensore Avv. Antonio Abet, con il quale si è contestata la denegata applicazione delle circostanze attenuanti generiche con giudizio di prevalenza sulle contestate aggravanti.
Trattasi invero di motivo in fatto a fronte di una motivazione congrua (v. pagina 563), nella parte in cui la Corte distrettuale ha riconosciuto le invocate circostanze generiche in considerazione delle intenzioni di ravvedimento manifestate dall'imputata con la rinuncia a perorare la causa della propria estraneità ai fatti e, nel contempo, ha dato atto della tardività di tale ripensamento, così giustificando implicitamente il riconoscimento del beneficio in soli termini di equivalenza rispetto alla contestata aggravante dell'associazione armata, richiamate sul punto le considerazioni svolte in linea generale nel paragrafo 9) del considerato in diritto.
44. E' da rigettare il ricorso presentato, con separati atti dall'Avv. Diego Di Bonito e dall'Avv. Antonio Abet, nell'interesse di P.M., condannato per partecipazione ad associazione di stampo mafioso sub capo 1) e per la violazione della legge sulle armi e ricettazione di cui ai capi 49) e 50), con cd. doppia conforme, e per lesioni personali aggravate dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 e per la violazione della legge sulle armi di cui ai capi 42) e 43), dopo essere stato assolto in primo grado.
44.1. E' inammissibile il motivo col quale si sono eccepiti la violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 591 e 593 c.p.p. per omessa declaratoria di inammissibilità dell'appello del P.M. (motivo sub punto 31.4. del ritenuto in fatto).
Ribadito quanto già osservato sub punto 3) del considerato in diritto, il motivo si appalesa palesemente infondato, laddove, nelle pagine 28 e seguenti dell'atto d'appello del pubblico ministero, venivano puntualmente indicate le ragioni di critica avverso la sentenza assolutoria di primo grado ed esposti i motivi per i quali tale giudizio dovesse essere rivisto.
Come si è già notato nel paragrafo 3), non rileva il fatto che la Corte non si sia pronunciata espressamente sul punto, in quanto l'eccezione era ab origine inammissibile per manifesta infondatezza, di tal che l'eventuale accoglimento della doglianza non sortirebbe alcun esito favorevole in sede di giudizio di rinvio (Sez. 2^, n. 10173 del 16/12/2014 - dep. 11/03/2015, Bianchetti, Rv. 263157).
44.2. Sono destituite di fondamento le doglianze mosse con riferimento all'affermazione della penale responsabilità dell'imputato per i reati di cui ai capi 42) e 43), oggetto di ribaltamento in appello (motivo comune ad entrambi gli atti di ricorso sub punti 31.1 e 31.5. del ritenuto in fatto).
Al riguardo, richiamati i principi già esposti sub punto 4) del considerato in diritto, va posto in rilievo come, per un verso, le deduzioni sviluppate in entrambi i ricorsi siano connotate da estrema genericità; per altro verso, come il Giudice a quo, nelle pagine 565 e seguenti, abbia comunque argomentato la riforma del giudizio liberatorio di primo grado sulla scorta di una puntuale e globale valutazione delle diverse emergenze probatorie concernenti la "gambizzazione" di L.G., esplicitando con argomentazioni convincenti le ragioni per le quali non vi siano spazi per ipotesi alternative, e dunque sulla scorta di considerazioni conformi ai principi espressi da questo Giudice di legittimità in tema di motivazione c.d. "rafforzata". Il Giudice di secondo grado ha invero sottoposto ad un rigoroso vaglio le dichiarazioni rese a s.i.t. dalla persona offesa L.G., le dichiarazioni del collaboratore di giustizia D.F.F. e le risultanze delle intercettazioni - in particolare, nell'ambientale riportata nelle pagine 566 e seguenti della sentenza, nella quale veniva ripercorsa la dinamica dell'agguato -;ha quindi concluso come, sulla scorta del delineato compendio probatorio, debba ritenersi provata in termini di certezza la responsabilità di P.M. nella vicenda in oggetto (che aveva accompagnato in moto A.G., materiale esecutore della sparatoria), con considerazioni che si appalesano scevre da vizi logico giuridici scrutinabili in questa Sede.
44.3. Tutti in fatto - e dunque non coltivabili col ricorso per cassazione - i rilievi critici mossi in relazione alla valutazione operata dai Giudici della cognizione del compendio probatorio in relazione ai delitti di cui capi 42) e 43) (motivo sub punto 31.6.
del ritenuto in fatto), là dove - come si è appena notato - la Corte territoriale ha comunque argomentato la ricostruzione dei fatti e soprattutto l'interpretazione del contenuto delle intercettazioni in modo puntuale, aderente alle risultanze probatorie e conforme a logica, pertanto con una motivazione insindacabile nel giudizio di legittimità.
44.4. E' inammissibile anche il motivo di ricorso, con il quale si sono eccepiti la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione al giudizio di penale responsabilità espresso a carico del P.M. per il reato associativo (al punto 31.2. del ritenuto in fatto). Ed invero, all'udienza del 28 maggio 2013 del giudizio d'appello, l'imputato ha ammesso gli addebiti e rinunciato ai motivi tendenti all'assoluzione (v. pagina 573 della sentenza in verifica), sicchè le censure de quibus non sono deducibili in questa Sede in quanto estranee al devolutum ex art. 606 c.p.p., comma 3.
44.5. Parimenti inammissibili sono le deduzioni concernenti la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche (motivo 31.3. del ritenuto in fatto), richiamate le osservazioni del paragrafo 9) del considerato in diritto e stante la puntuale - e dunque insindacabile - motivazione sviluppata sul punto dalla Corte territoriale (v. pagina 573).
45. Va rigettato anche il ricorso, presentato con separati atti dagli Avv.ti Diego Di Bonito e Antonio Abet, nell'interesse di P. P., condannato con c.d. doppia conforme per partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso sub capo 1) e per partecipazione ad associazione finalizzata al narcotraffico sub capo 18), per tentata estorsione sub capo 46) e detenzione e porto d'armi sub capo 49), e condannato a seguito di riforma del giudizio assolutorio di primo grado, per lesioni personali aggravate dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 e per violazione della legge sulle armi di cui ai capi 42) e 43).
45.1. E' inammissibile il motivo col quale si sono eccepiti la violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 591 e 593 c.p.p. per omessa declaratoria di inammissibilità dell'appello del P.M. (motivo sub punto 32.4. del ritenuto in fatto), richiamate le osservazioni sub punto 3) del considerato in diritto e le argomentazioni appena svolte in relazione alla omologa posizione di P.M..
45.2. Prive di fondamento sono le doglianze afferenti alla condanna pronunciata in merito ai delitti sub capi 42) e 43) (motivi riportati ai punti 32.1. e 32.6. del ritenuto in fatto).
Richiamati i principi già esposti sub punto 4) del considerato in diritto, va posto in rilievo come, per un verso, le deduzioni sviluppate in entrambi i ricorsi siano connotate da estrema genericità; per altro verso, come il Giudice a quo, nelle pagine 574 e seguenti, abbia comunque argomentato la riforma del giudizio liberatorio di primo grado sulla scorta di una puntuale e globale valutazione delle diverse emergenze probatorie concernenti la "gambizzazione" di L.G., esplicitando con argomentazioni convincenti le ragioni per le quali non vi siano spazi per ipotesi alternative, e dunque sulla scorta di considerazioni conformi ai principi espressi da questo Giudice di legittimità in tema di motivazione c.d. "rafforzata". Risulta pertanto non sindacabile in questa Sede, in quanto sorretta da argomentazioni puntuali e conformi a ragionevolezza, la parte della motivazione nella quale la Corte d'appello ha vagliato in modo rigoroso il contenuto dell'intercettazione ambientale in carcere del 16 agosto 2008, nella quale il detenuto P.P. veniva informato dalla moglie Ma.Fr. della dinamica dell'agguato a L.G. (v. pagine 576 e seguenti) - e dunque ha concluso come risulti dimostrato in termini di certezza il ruolo di P. P. di mandante dell'attentato, e ciò secondo il significato reso "palese ed evidente" dalle espressioni utilizzate ("allora, dunque papà ( S., n.d.e.) sta facendo come dico io?" "hai visto che si fa come dico io", cui la donna rispondeva "quello i consigli tuoi li sta a sentire").
45.3. Tutti in fatto - e dunque non coltivabili col ricorso per cassazione - i rilievi critici mossi in relazione alla valutazione operata dai Giudici della cognizione del compendio probatorio in relazione ai delitti di cui capi 42) e 43) (motivo sub punto 32.7.
del ritenuto in fatto), là dove - come si è appena notato - la Corte territoriale ha comunque argomentato la ricostruzione dei fatti e soprattutto l'interpretazione del contenuto delle intercettazioni in modo puntuale, aderente alle risultanze probatorie e conforme a logica, pertanto con una motivazione insindacabile nel giudizio di legittimità.
45.4. Sono inammissibili i motivo di ricorso, con i quali si sono eccepiti la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione al giudizio di penale responsabilità espresso a carico del P.P. per i reati associativi sub capi 1) e 18) (punti 32.2. e 32.3. del ritenuto in fatto). Ed invero, all'udienza del 28 maggio 2013 del giudizio d'appello, l'imputato ha ammesso gli addebiti e rinunciato ai motivi tendenti all'assoluzione (v. pagina 581 della sentenza in verifica), sicchè le censure de quibus non sono deducibili in questa Sede in quanto estranee al devolutum ex art. 606 c.p.p., comma 3.
Il tema della legittimità del concorso tra le contestazioni associative è stato affrontato dal Giudice a quo con motivazione congrua e conforme al consolidato insegnamento di questa Corte (v.
pagine 61 e seguenti), richiamato quanto già notato in linea generale nel paragrafo 5) del considerato in diritto.
45.5. E' infine inammissibile anche l'ultimo motivo concernente la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche (motivo 32.4. del ritenuto in fatto), richiamate le osservazioni del paragrafo 9) del considerato in diritto e stante la puntuale - e dunque insindacabile - motivazione sviluppata sul punto dalla Corte territoriale (v. pagina 588).
46. A conclusioni analoghe si deve pervenire con riguardo ai ricorsi presentati dagli Avv.ti Diego Di Bonito e Antonio Abet in riferimento alla posizione di P.S.. Giova rammentare che P.S. è stato condannato per partecipazione ad associazione di stampo mafioso sub capo 1), per partecipazione ad associazione finalizzata ad attività di narcotraffico sub capo 18) e per tentata estorsione sub capo 46) con c.d. doppia conforme, mentre è stato condannato per le lesioni personali aggravate dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 e per la violazione della legge sulle armi di cui ai capi 42) e 43) e per l'estorsione sub capo 48), dopo essere stato assolto in primo grado.
46.1. E' inammissibile il motivo col quale si sono eccepiti la violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 591 e 593 c.p.p. per omessa declaratoria di inammissibilità dell'appello del P.M. (motivo sub punto 33.5. del ritenuto in fatto), richiamate le osservazioni sub punto 3) del considerato in diritto e le argomentazioni appena svolte in relazione alla omologa posizione di P.M..
46.2. Sono infondate le deduzioni che concernono l'affermazione della penale responsabilità dell'imputato per i reati di cui ai capi 42), 43) e 48), in riforma della decisione assolutoria di primo grado (motivi sub 31.1, 33.6., 33.7. e 33.8 del ritenuto in fatto).
Ribadito quanto si è già sopra notato in linea generale nel paragrafo 4) del considerato in diritto, va posto in rilievo come, per un verso, le doglianze mosse in entrambi i ricorsi siano connotate da estrema genericità; per altro verso, come il Giudice a quo abbia comunque argomentato la riforma del giudizio liberatorio di primo grado sulla scorta di una puntuale e globale valutazione delle diverse emergenze probatorie gli episodi oggetto di contestazione, esplicitando con argomentazioni convincenti le ragioni per le quali non vi siano spazi per ipotesi alternative, e dunque sulla scorta di considerazioni conformi ai principi espressi da questo Giudice di legittimità in tema di motivazione cd. "rafforzata".
Quanto alla "gambizzazione" di L.G., va rilevato che - come si è già sopra osservato in merito alla posizione di P. M. e P.P. -, la Corte partenopea ha riformato il giudizio assolutorio di primo grado sottoponendo ad un attento vaglio il materiale probatorio acquisito agli atti, costituito dall'intercettazione ambientale in carcere del 16 agosto 2008, nella quale P.P. delineava il ruolo di mandante in capo al medesimo ed al padre (id est P.S.), dal contenuto di alcune intercettazioni telefoniche, dalle dichiarazioni del collaboratore D.F.F. nonchè dalle captazioni dei colloqui del detenuto B.R. che addebitava l'episodio alla famiglia Pagliuca (v. pagine 590 e seguenti). A fronte di un siffatto apparato argomentativo, rigoroso e coerente a logica, non vi sono pertanto spazi per un sindacato nella sede di legittimità.
46.3. Ad analoghe conclusioni si deve pervenire quanto all'estorsione di cui al capo 48), atteso che i generici rilievi critici mossi dai due patroni nel ricorso proposto avverso la sentenza non scalfiscono la tenuta logico giuridica della motivazione del decisione impugnata:
risulta invero conforme a logica e diritto lo snodo della motivazione nel quale la Corte ha ritenuto integrato il delitto di estorsione nei confronti dei gestori del ristorante " d.B.", alla luce delle dichiarazioni rese dalle vittime Br.Gi. e B. A., della chiamata del collaboratore D.F.F. e dell'elenco del R.G. in merito alle persone sottoposte al pagamento del pizzo, fra cui v'era anche l'esercizio commerciale in oggetto (" P.P.B.") quanto al capo 48) (v. pagine 593 e seguenti).
Corrette sono del resto le considerazioni svolte in punto di diritto dal giudice napoletano, nella parte in cui - a correzione della contraria, e certamente errata in diritto, decisione di primo grado sul punto - ha riconosciuto carattere intimidatorio alle "ordinazioni" compiute da P.S. presso i ristoranti ove l'imputato ed altri soggetti legati all'ambiente malavitoso erano soliti consumare pasti senza pagare i corrispettivi.
Ed invero, come questa Suprema Corte ha avuto modo di affermare in diverse pronunce, la minaccia costitutiva del delitto di estorsione, oltre ad essere palese ed esplicita, può essere manifestata anche in maniera implicita ed indiretta, essendo solo necessario che sia idonea ad incutere timore ed a coartare la volontà del soggetto passivo, in relazione alle circostanze Concrete, alla personalità dell'agente, alle condizioni soggettive della vittima e alle condizioni ambientali in cui questa opera (Sez. 2^, n. 19724 del 20/05/2010 - dep. 25/05/2010, Pmt in proc. Pistoiesi, Rv. 247117).
Ancora, si è chiarito come il delitto in oggetto possa realizzarsi anche nella forma della cd. estorsione "ambientale", id est quella particolare forma di estorsione che viene perpetrata da soggetti notoriamente inseriti in pericolosi gruppi criminali che spadroneggiano in un determinato territorio e che è immediatamente percepita dagli abitanti di quella zona come concreta e di certa attuazione, stante la forza criminale dell'associazione di appartenenza del soggetto agente, quand'anche attuata con linguaggio e gesti criptici, a condizione che questi siano idonei ad incutere timore e a coartare la volontà della vittima (Sez. 2^, n. 53652 del 10/12/2014 - dep. 23/12/2014, Bonasorta Rv. 261632; Sez. 2^, n. 2833 del 27/09/2012 - dep. 18/01/2013, P.C. A., Rv. 254297.
Di tali consolidati principi ha fatto buon governo il Collegio di merito nel caso di specie. Risponde infatti ad una ragionevole e, pertanto, condivisibile massima d'esperienza che la reiterata richiesta di pasti da asporto, senza mai pagare i corrispettivi, da parte di soggetti notoriamente appartenenti a contesti di criminalità organizzata renda tali ordinazioni connotate da un chiaro, seppur implicito, carattere intimidatorio, ponendo il titolare del ristorante nella condizione di non poter opporre un rifiuto alle consumazioni richieste nè rivendicare il pagamento di quanto servito. Nè - come congruamente rilevato anche dal Giudice d'appello - tale conclusione può ritenersi scalfita dalla circostanza che, in un'occasione, P.S. manifestasse l'intenzione di pagare il conto, atteso che a tale dichiarazione non era, in effetti, mai seguita nessuna dazione di denaro.
46.4. Come correttamente posto in luce il Collegio napoletano, non può essere valutato come elemento probatorio a discolpa il fatto che il titolare del ristorante abbia negato di avere pagato il pizzo agli uomini della criminalità organizzata. Risponde infatti ad un dato di comune esperienza che il soggetto passivo di un delitto connotato da intimidazione (come appunto l'estorsione), posto in essere dai membri di un'associazione di stampo mafioso, per di più nello stesso contesto territoriale in cui l'organizzazione criminale sia stabilmente radicata, possa essere reticente su aspetti fondamentali della vicenda di cui sia vittima, rappresentando tale contegno omertoso un effetto diretto e naturale della forza d'intimidazione dispiegata dalla societas e delle stesse modalità esecutive della condotta.
46.5. Sono inammissibili i motivo di ricorso, con i quali si sono eccepiti la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione al giudizio di penale responsabilità espresso a carico del Pagliuca per i reati associativi sub capi 1) e 18) (punti 33.2. e 33.3. del ritenuto in fatto). Ed invero, all'udienza del 28 maggio 2013 del giudizio d'appello, l'imputato ha ammesso gli addebiti e rinunciato ai motivi tendenti all'assoluzione (v. pagina 601 della sentenza in verifica), sicchè le censure de quibus non sono deducibili in questa Sede in quanto estranee al devolutum ex art. 606 c.p.p., comma 3.
Il tema della legittimità del concorso tra le contestazioni associative è stato affrontato dal Giudice a quo con motivazione congrua e conforme al consolidato insegnamento di questa Corte (v.
pagine 61 e seguenti), richiamato quanto già notato in linea generale nel paragrafo 5) del considerato in diritto.
46.6. E' infine inammissibile anche l'ultimo motivo concernente la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche (motivo 33.4. del ritenuto in fatto), richiamate le osservazioni del paragrafo 9) del considerato in diritto e stante la puntuale - e dunque insindacabile - motivazione sviluppata sul punto dalla Corte territoriale (v. pagina 607).
47. Va di contro accolto il ricorso presentato, con separati atti, dagli Avv.ti Rosario Marsico e Antonio Abet, nell'interesse di P.N., condannato per partecipazione ad associazione di stampo mafioso sub capo 1) dopo essere stato assolto in primo grado.
47.1. E' inammissibile il motivo col quale si sono eccepiti la violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 591 e 593 c.p.p. per omessa declaratoria della inammissibilità dell'appello del P.M. (primo motivo del ricorso dell'Avv. Abet).
Ribadito quanto già osservato sub punto 3) del considerato in diritto, il motivo si appalesa palesemente infondato, laddove, nelle pagine 19 e seguenti dell'atto d'appello del pubblico ministero, sono state puntualmente indicate le ragioni di critica avverso la sentenza assolutoria di primo grado ed esposti i motivi per i quali tale giudizio dovesse essere rivisto.
Come si è già notato nel paragrafo 3), non rileva il fatto che la Corte non si sia pronunciata espressamente sul punto, in quanto l'eccezione era ab origine inammissibile per manifesta infondatezza, di tal che l'eventuale accoglimento della doglianza non sortirebbe alcun esito favorevole in sede di giudizio di rinvio (Sez. 2^, n. 10173 del 16/12/2014 - dep. 11/03/2015, Bianchetti, Rv. 263157).
47.2. Sono invece fondati i motivi con i quali entrambi i patroni del P.N. hanno denunciato la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione al giudizio di penale responsabilità per il delitto di partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso sub capo 1), in riforma del giudizio liberatorio di primo grado.
Giova premettere come il Gup avesse mandato assolto P.N. da tale imputazione rilevando che, stante il perdurante stato detentivo dell'imputato a partire dal 2003, la permanenza del pactum sceleris con il clan Longobardi Beneduce non potesse ritenersi provata sulla scorta delle dichiarazioni rese il 19 gennaio 2009 dal collaboratore di giustizia D.F.F. (il quale aveva riferito che P.N., nonostante la restrizione, veniva costantemente informato dell'attività del sodalizio e continuava dal carcere a dare istruzioni e manforte al gruppo criminale), in assenza di un riscontro esterno individualizzante, non potendosi ritenere tale il manoscritto rinvenuto in data 12 dicembre 2006 nell'abitazione di Ma.Sa. (cognato di C. S., esponente di spicco del gruppo camorristico facente capo ai Longobardi), da cui emergeva il pagamento della somma di "19.000,00" a favore di " N.", tuttavia non identificabile in modo certo nell'imputato.
Orbene, la Corte territoriale è pervenuta ad un giudizio di colpevolezza sulla base di questo stesso compendio probatorio, operando una valutazione opposta in merito alla identificazione del " N." nel P.N. e, quindi, circa la valenza di tale documento quale elemento esterno di natura individualizzante.
47.3. Va premesso che, come questa Corte ha già avuto modo di chiarire, un'organizzazione criminale di tipo mafioso richiede ai partecipi la loro definitiva adesione fino a quando non abiurino o vengano a morte, sicchè la perdurante appartenenza al gruppo di persone della quale sia provata l'affiliazione può essere correttamente ritenuta in qualunque momento, se manchi la notizia di una sua intervenuta dissociazione, anche in assenza della prova di condotte attualmente riferibili al fenomeno associativo, ed anche nel caso di arresto e di condanna; tuttavia, poichè la condotta di partecipazione ad una associazione per delinquere non consiste della sola affectio societatis, in caso di stabile isolamento dell'interessato dal gruppo (in forza di detenzione prolungata e senza soluzione di continuità) occorre la prova della permanenza di un contributo oggettivamente apprezzabile alla vita ed all'organizzazione del gruppo stesso, anche se a carattere solo morale (come ad esempio attraverso manifestazioni di solidarietà rivolte all'esterno del carcere) (Sez. 6^, n. 6262 del 17/01/2003 - dep. 07/02/2003, Agate e altri, Rv. 227710; Sez. 2^, n. 6819 del 31/01/2013 - dep. 12/02/2013, Fusco Rv. 254503).
Pertanto, perchè si possa legittimamente affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, l'intraneità nella societas di un soggetto che sia sottoposto ad uno stabile isolamento dal gruppo in forza di detenzione prolungata e senza soluzione di continuità, occorre la prova della permanenza di un contributo oggettivamente apprezzabile alla vita ed all'organizzazione del gruppo stesso, anche se solo a carattere morale.
Da tali condivisibili principi discende che l'affermazione della permanenza del P.N. nel gruppo criminale nonostante il lungo periodo di restrizione carceraria, fra l'altro in regime ex art. 41 bis Ord. Penit., presupponeva l'acquisizione di una prova certa della perdurante intraneità del prevenuto in seno alla consorteria, prova certa che nel percorso logico-argomentativo seguito dalla Corte territoriale non risulta, di contro, adeguatamente supportata.
47.4. In linea generale va rilevato che, come già sopra osservato nel paragrafo 4) del considerato in diritto, allorchè riconosca la responsabilità penale dell'imputato negata in primo grado, in ossequio al principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio, il decidente di secondo grado non può limitarsi ad una mera rilettura dello stesso materiale probatorio e dunque alla sostituzione delle valutazioni sottese alla decisione impugnata con le proprie, ma - ponendosi in diretto confronto con i passaggi argomentativi sviluppati nel provvedimento gravato - deve evidenziare gli errori - giuridici o logico argomentativi - del ragionamento seguito dal primo giudice ed esplicitare le ragioni per le quali non siano sostenibili ipotesi dotate di razionalità e plausibilità diverse da quella recepita nel proprio pronunciamento, secondo il canone di giudizio dell'"al di là di ogni ragionevole dubbio" codificato nell'art. 533 c.p.p., comma 1.
Di tali principi non ha fatto buon governo il decidente d'appello là dove si è limitato a rivalutare un'identica piattaforma probatoria senza esplicitare in modo adeguato le ragioni per le quali il manoscritto rinvenuto presso l'abitazione di Ma.Sa.
possa assumere valore determinante a riscontro delle dichiarazioni accusatorie del collaboratore di giustizia D.F.F. (v.
pagine 610 e seguenti).
Ed invero, nel pervenire ad un giudizio sul punto opposto a quello del primo decidente di merito, il Collegio d'appello ha ritenuto provata l'identificazione del " N." nell'imputato, sul presupposto che nell'ala dei "Quartesi" nessuno aveva quel nome, e da tale identificazione ha fatto discendere l'erogazione all'imputato, da parte del clan di appartenenza, dello stipendio mensile di 19.000,00 Euro e, quindi, la dimostrazione della posizione verticistica ricoperta da costui.
Se può condividersi - in quanto rispondente ad un dato d'esperienza ormai acquisito nella prassi giudiziaria - quanto affermato dalla Corte in merito al fatto che il versamento periodico di un assegno da parte del clan ad un detenuto ed alla sua famiglia costituisce un chiaro elemento sintomatico dell'affiliazione del ristretto alla medesima societas sceleris, altrettanto non può dirsi per la valutazione espressa in punto di identificazione dell'imputato. La circostanza che nessuno fra gli appartenenti all'ala dei Quartesi salvo P.N. si chiamasse " N." - ammesso che risponda all'effettività storica e non ad una non compiuta ricognizione probatoria sul punto - può costituire solo un indizio, ma non una prova certa dell'individuazione dell'imputato in tale soggetto, considerata anche la notevole diffusione di tale nome proprio, soprattutto al Sud d'Italia, e la possibilità che altri, con diverso nome di battesimo, fosse così soprannominato. Ciò tanto più considerato che proprio sul tema della identificazione del P. nel " N." indicato nel manoscritto rinvenuto presso l'abitazione del Ma.Sa. si era incentrato il proscioglimento in primo grado, di tal che il ribaltamento del giudizio liberatorio avrebbe imposto una motivazione "rafforzata", conforme al criterio dell'"al di là di ogni ragionevole dubbio", e non una conclusione sbrigativa e nella sostanza apodittica.
La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d'appello di Napoli per un nuovo giudizio:
il giudice di rinvio dovrà, in particolare, attentamente argomentare in merito alla possibilità di individuare l'imputato nel " N." riportato nel manoscritto rinvenuto presso l'abitazione del Ma.
S. e dunque sulla idoneità di tale documento a fungere da elemento di riscontro individualizzante alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia.
47.4. Sulla scorta di tale decisum risultano assorbite le ulteriori censure concernenti il ritenuto ruolo apicale nell'associazione, l'omesso riconoscimento della continuazione con la precedente condanna per partecipazione al medesimo sodalizio ed il diniego delle circostanze attenuanti generiche.
48. Va dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall'Avv. Francesco De Vita nell'interesse di P.D., condannato in primo ed in secondo grado per le due violazioni della legge sugli stupefacenti di cui ai capi 22) e 24) della rubrica.
48.1. Con il primo motivo di doglianza il ricorrente si è limitato a censurare l'applicazione della circostanza aggravante prevista dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 già dedotta in appello, senza confrontarsi con le considerazioni sviluppate a risposta sul punto dalla Corte territoriale e, soprattutto, limitandosi a riportare i principi affermati, in linea generale, da questo Giudice di legittimità in materia, senza nessun aggancio specifico e concreto alla posizione dell'imputato. Il che, secondo quanto già espresso in premessa nei paragrafi 6) e 7) del considerato in diritto, rende insanabilmente affetto da inammissibilità il motivo.
48.2. E' inammissibile anche l'altro motivo concernente la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche, richiamate le osservazioni del paragrafo 9) del considerato in diritto e stante la puntuale ed adeguata - dunque insindacabile - motivazione sviluppata sul punto dalla Corte territoriale a pagina 623 della sentenza impugnata.
49. Il ricorso presentato dall'Avv. Giovanni Cantelli nell'interesse di Pi.Di. è fondato con limitato riguardo alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7. Mette conto evidenziare come l'imputata sia stata condannata in primo ed in secondo grado per alcune violazioni del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 sub capi 23), 24) e 25), aggravate dall'agevolazione mafiosa.
49.1. Va dichiarato inammissibile il primo motivo, col quale si sono eccepiti la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione all'affermazione della penale responsabilità dell'imputata per i delitti alla medesima ascritti.
I motivi di ricorso ripropongono le doglianze già dedotte nell'atto d'appello e sulle quali la Corte territoriale si è ampiamente e adeguatamente soffermata e pertanto non si confrontano con la motivazione del provvedimento impugnato (richiamate le considerazioni già sopra svolte sub punto 6) del considerato in diritto).
D'altronde, la conferma del giudizio di colpevolezza a carico della Pi.Di. poggia su di una puntuale valutazione delle emergenze delle investigazioni, segnatamente sul contenuto delle intercettazioni di diverse comunicazioni col marito R.N. - esponente di spicco dell'associazione per delinquere finalizzata ad attività di narcotraffico di cui al capo 18) -, sugli esiti delle perquisizioni domiciliari a casa dei fratelli Russo, sui servizi di osservazione e controllo nonchè sulle dichiarazioni dei collaboratori, quali D.F.F. e S.R. (riportate nelle pagine 675 e seguenti in merito alla richiamata posizione del R.N.), di tal che non sono ravvisagli vizi logico argomentativi scrutinabili nel giudizio di legittimità.
49.2. E' infondato il dedotto vizio di motivazione in relazione all'omesso riconoscimento dell'ipotesi di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.
Al riguardo giova rammentare come, secondo il consolidato insegnamento di questa Corte in tema di sostanze stupefacenti, ai fini della concedibilità o del diniego della circostanza attenuante del fatto di lieve entità di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, (diventata fattispecie autonoma di reato con L. n. 79 del 2014), il giudice sia tenuto a valutare complessivamente tutti gli elementi normativamente indicati, quindi, sia quelli concernenti l'azione (mezzi, modalità e circostanze della stessa), sia quelli che attengono all'oggetto materiale del reato (quantità e qualità delle sostanze stupefacenti oggetto della condotta criminosa), dovendo conseguentemente escludere il riconoscimento dell'attenuante quando anche uno solo di questi elementi porti ad escludere che la lesione del bene giuridico protetto sia di lieve entità (Sez. 4^, n. 6732 del 22/12/2011, P.G. in proc. Sabatino, Rv. 251942; Sez. 3^, n. 23945 del 29/04/2015, Xhihani, Rv. 263651).
In altri termini, ferma la possibilità di ravvisare la lieve entità del fatto anche in caso di un'attività di spaccio di stupefacenti non occasionale, detta fattispecie non può ravvisarsi quando, nonostante l'esiguità dei singoli quantitativi di droga ceduti, le modalità e le circostanze del fatto impediscano di inquadrare la condotta in termini di modesto disvalore.
49.3. Di tali principi ha fatto corretta applicazione il Collegio d'appello nella parte in cui ha escluso la ravvisabilità dell'invocata fattispecie incriminatrice sulla scorta del volume considerevole dei traffici illeciti, della competenza dimostrata dall'imputata nel trattare lo stupefacente, delle diverse tipologie di droga rinvenuta nell'abitazione coniugale e destinata all'illecito smercio e della disponibilità di strumenti da taglio della sostanza e per il confezionamento delle dosi.
La valutazione complessiva delle circostanze obbiettive sopra delineate rende conforme a logica ed a ragionevolezza la conclusione cui sono pervenuti i Giudici napoletani, dal momento che la continuità e sistematicità del commercio di sostanze stupefacenti ed i quantitativi di sostanza complessivamente trattati, fra l'altro di tipologia diversa così da poter fronte a tutte le esigenze della clientela, nonchè le evidenziate modalità professionali della condotta si pongono in evidente distonia rispetto alla ratio della lieve entità del fatto, che - si ribadisce - si giustifica in presenza di condotte di minor disvalore sociale: le modalità e le circostanze dell'agire, così come ricostruite nel processo di merito, presentano dunque connotati inconciliabili con l'invocata ipotesi lieve, in quanto dimostrativi di un agire teso a favorire la circolazione degli stupefacenti, con conseguente non trascurabile entità della lesione o della messa in pericolo del bene protetto dalla norma incriminatrice, che va appunto riferito all'interesse sociale ad evitare ogni diffusione delle sostanze droganti.
49.4. Sono di contro fondate le censure mosse con riferimento alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7.
La Corte d'appello ha fondato la sussistenza dell'aggravante in parola sulla considerazione che l'imputata non potesse non conoscere l'appartenenza del marito alla compagine delinquenziale ed ha pertanto ritenuto provato che ella agisse anche al fine di agevolare con sì fiorente commercio il clan capeggiato da B.G..
Motivazione che nondimeno non può stimarsi adeguata dal momento che, come chiarito nel paragrafo 10) del considerato in diritto, l'elemento circostanziale di cui al citato art. 7 presuppone che l'agire illecito risulti assistito, sulla base di idonei dati indiziari o sintomatici, da una cosciente ed univoca finalizzazione agevolatrice del sodalizio criminale, consapevolezza che - di contro - non può stimarsi adeguatamente supportata dal mero ed apodittico argomento logico che la donna "non potesse non sapere" che parte dei proventi dell'illecito smercio erano destinati al clan capeggiato da B.G..
Sul punto, la sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio.
49.5. Va invece respinto l'ultimo motivo concernente la mancata applicazione delle invocate circostanze attenuanti.
Richiamate le considerazioni svolte in linea generale nel paragrafo 9) del considerato in diritto, la professionalità nell'agire illecito, la custodia di rilevanti quantità di stupefacenti, fra l'altro nel luogo di dimora dei figli minori, e la mancanza di positivi elementi di giudizio evidenziati dai decidenti di merito costituiscono elementi suscettibili di escludere, secondo una valutazione certamente conforme a ragionevolezza, l'applicazione tanto della circostanza ex art. 62 bis c.p., quanto di quella di cui all'art. 114 c.p..
50. Al pari fondato con limitato riguardo alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7 è il ricorso presentato dall'Avv. Giovanni Cantelli nell'interesse di R.N., condannato per associazione finalizzata a narcotraffico suo capo 18), dopo essere stato assolto in primo grado, e condannato con cd. doppia conforme per le violazioni del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 di cui ai capi 23), 24) e 25), aggravate ai sensi della norma sopra indicata.
50.1. Va rigettato in quanto infondato il primo motivo di ricorso con il quale si sono eccepiti la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione all'affermazione della penale responsabilità per il reato associativo, per il quale l'imputato era stato assolto in primo grado.
Come si è già rilevato nel paragrafo 4) del considerato in diritto, nel nostro ordinamento non è fatto divieto di ribaltare il giudizio assolutorio di primo grado seppure in assenza di nuove acquisizioni probatorie allorquando il Giudice d'appello si confronti con le valutazioni espresse dal primo giudice e motivi, con considerazioni munite di forza argomentativa superiore, la maggior plausibilità e correttezza giuridica del proprio apprezzamento nel senso della condanna.
A tali principi si è attenuto il Giudice a quo laddove, nel contraddire la decisione assolutoria, ha dato conto del contenuto di diverse intercettazioni, degli esiti della perquisizione domiciliare, dei servizi di osservazione e controllo, delle dichiarazioni assunte a sua insaputa da Ra.Ro. (v. pagine 669 e seguenti della sentenza); ha dunque passato in rassegna le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia D.F.F. e dal collaboratore S.R. (v. pagine 675 e seguenti); ha ricordato gli esiti delle indagini tecniche che facevano emergere in un mese ben 85 cessioni di droga nel rione Toiano e dunque di un intensa attività di narcotraffico che non avrebbe potuto essere svolta senza il benestare dell'associazione capeggiata da B.G. (v.
pagine 680 e seguenti); ha quindi evidenziato gli elementi che, pur in presenza di una relativa autonomia e assenza di un vincolo di subordinazione, consentono di affermare che la condotta ascritta al ricorrente fosse un'attività terminale del medesimo sodalizio criminoso (v. pagine 682 e seguenti). La Corte ha infine dato puntuale e congrua risposta alla contestata valenza delle intercettazioni quale elemento di riscontro alle dichiarazioni di D. F.F. nonostante la discrasia temporale fra le captazioni e l'epoca cui si riferiscono le propalazioni, non scalfita dalle generiche deduzioni mosse sul punto dal ricorrente (v. pagine 683).
50.2. E' infondato anche il dedotto vizio di motivazione in relazione all'omesso riconoscimento dell'ipotesi di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.
La Corte ha invero confermato la qualificazione giuridica del fatto ai sensi del comma 1 della norma in oggetto evidenziando come la dimensione notevole del traffico, le modalità professionali e la variegata tipologia di sostanza siano inconciliabili con l'invocata fattispecie. Motivazione che, richiamate le considerazioni appena svolte nei paragrafi 49.2. e 49.3. quanto alla posizione della Pi.Di., si appalesa lineare e corretta in diritto e pertanto non censurabile in questa Sede.
50.3. Colgono nel segno le doglianze in merito alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7 là dove la Corte ha sbrigativamente argomentato la consapevolezza del R.N. di favorire l'associazione camorristica con la propria condotta, senza indicare nello specifico sulla scorta di quali elementi si possa ritenere provato il dolo specifico dell'imputato di favorire l'associazione come obiettivo diretto della condotta, come invece richiesto dalla giurisprudenza di questa Corte (Sez. 5^, n. 1706 del 12/11/2013 - dep. 16/01/2014, P.G., Barbaro e altro, Rv. 258951).
Sul punto, la sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio.
50.4. E' infine inammissibile l'ultima doglianza con la quale il ricorrente ha dedotto la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione agli artt. 133, 62 bis e 114 c.p..
Richiamate le considerazioni svolte in linea generale nel paragrafo 9) del considerato in diritto, la professionalità nell'agire illecito e la mancanza di positivi elementi di giudizio evidenziati dai decidenti di merito costituiscono elementi suscettibili di escludere, secondo una valutazione certamente conforme a ragionevolezza, l'applicazione tanto della circostanza ex art. 62 bis c.p., quanto di quella di cui all'art. 114 c.p..
51. E' fondato limitatamente al profilo concernente l'omessa motivazione in punto di continuazione il ricorso presentato dall'Avv. Domenico De Rosa nell'interesse di R.G., condannato per partecipazione ad associazione di stampo mafioso di cui al capo 1) con c.d. doppia conforme.
51.1. Manifestamente infondato è il primo motivo di doglianza col quale il ricorrente ha eccepito la violazione di legge processuale in relazione all'art. 453 c.p.p., per essere stato il giudizio abbreviato instaurato sulla base di decreto di giudizio immediato viziato, in quanto emesso quando non era ancora intervenuta una decisione irrevocabile sul proposto riesame ex art. 309 c.p.p., richiamate sul punto le considerazioni già svolte in linea generale nel punto 2) del considerato in diritto.
51.2. Inammissibile in quanto insanabilmente generico è il secondo motivo col quale si sono eccepiti la violazione di legge in relazione all'art. 192 c.p.p. e l'omessa motivazione in ordine alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia posti a base del giudizio di penale responsabilità per il reato associativo, ribadito quanto già osservato in linea generale sub punto 7) del considerato in diritto e rilevata la linearità e congruità della valutazione compiuta dalla Corte territoriale con riguardo alle narrazioni dei collaboratori di giustizia ed all'assenza di elementi dimostrativi della rescissione del vincolo associativo da parte dell'imputato (v.
pagine 687 e seguenti della sentenza).
51.3. E' invece fondato il motivo dedotto nel ricorso del secondo difensore del R.G. Avv. Antonio Abet, con quale si sono eccepiti la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione al mancato riconoscimento della continuazione con i fatti oggetto di una precedente condanna passata in giudicato.
Ed invero, sebbene nel verbale dell'udienza del 13 febbraio 2013 risulti annotata una specifica richiesta in tale senso in sede di discussione della difesa dell'imputato, la Corte ha completamente omesso di svolgere dare una qualunque risposta al riguardo. La sentenza deve pertanto essere annullata con rinvio per nuova valutazione sul punto.
51.4. E' invece inammissibile l'ultimo motivo concernente la mancata applicazione delle circostanze di cui all'art. 62 bis c.p..
Mette conto rilevare come, nel rigettare la richiesta di applicazione di tali circostanze, la Corte, per un verso, abbia valorizzato lo spessore criminale dell'imputato, la sua lunga ed ininterrotta militanza nel gruppo criminale nonchè i numerosi e gravi precedenti penali, per altro verso, abbia escluso la ricorrenza di elementi dimostrativi di un sincero ravvedimento, essendo intervenuta la rinuncia a perorare la propria innocenza solo tardivamente a fronte di un poderoso quadro d'accusa (v. pagine 688 e seguente). Nessun vizio logico argomentativo è pertanto ravvisabile nell'apparato argomentativo posto a base della decisione sul punto, avendo il Giudice d'appello congruamente motivato l'insussistenza di elementi positivamente valutabili ai fini della mitigazione del trattamento sanzionatorio, richiamate le considerazioni sviluppate in linea generale nel paragrafo 9) del considerato in diritto.
52. Il ricorso presentato dall'Avv. Antonio Alaio nell'interesse di S.G. è fondato con limitato riguardo al motivo concernente la circostanza aggravante ai sensi della L. n. 203 del 1991, art. 7 ritenuta sussistente dalla Corte d'appello, in riforma della decisione impugnata, in relazione al delitto di rapina di cui al capo 16) per il quale l'imputato era stato condannato anche in primo grado.
52.1. E' inammissibile il primo motivo con il quale il ricorrente ha eccepito il vizio di motivazione in merito all'affermazione della penale responsabilità dell'imputato per il delitto di rapina.
Si tratta invero di censure sovrapponigli a quelle già mosse con l'atto d'appello, cui la Corte partenopea ha dato puntuale risposta, e per di più tutte sviluppate in fatto, là dove consistono nella rilettura delle intercettazioni telefoniche. Il motivo è pertanto inammissibile sotto un duplice profilo, richiamate le considerazioni svolte sub punti 6) e 7) del considerato in diritto.
Ad ogni buon conto, il Giudice distrettuale ha steso una motivazione lineare e sostenuta da un solido ragionamento logico, là dove ha valorizzato a sostegno del decisum le dichiarazioni rese dalla persona offesa D.M.R. e le conversazioni captate, puntualmente passate in rassegna e fatte oggetto di valutazione critica quanto a contenuto e collocazione temporale (v. pagine 691 e seguenti), di tal che non v'è materia per nessun vizio deducibile in questa Sede.
52.2. E' invece fondato il motivo con quale si è contestata la ritenuta sussistenza della circostanza aggravante della L. n. 203 del 1991, art. 7 oggetto di riforma in grado d'appello.
Giova rilevare che, nel ribaltare la sentenza di primo grado sul punto, i decidenti di secondo grado hanno evidenziato come la consapevolezza del S.G. in ordine alle dinamiche associative ed alla destinazione dei proventi a sostenere l'organizzazione si debba ritenere provata, sulla scorta dello spessore criminale del medesimo e della avvenuta distribuzione dei proventi della rapina fra soggetti affiliati non partecipanti al misfatto (v. pagina 694 della sentenza).
Se non che le sopra delineate circostanze non paiono idonee a sostenere l'imputazione soggettiva dell'aggravante de qua, ribadito quanto già osservato, in linea generale, al punto 10) del considerato in diritto e, con specifico riguardo al medesimo episodio criminoso, in merito alla posizione del coimputato D.C. G. sub paragrafo 36.5).
53. Va infine dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall'Avv. Antonio Alaio nell'interesse di T.S., condannato per la rapina di cui al capo 16) con cd. doppia conforme.
Con l'unico motivo proposto il ricorrente ha eccepito il vizio di motivazione in merito all'affermazione della penale responsabilità per il delitto di rapina.
Si tratta invero di censure identiche a quelle già mosse con l'atto d'appello, disattese dalla Corte partenopea con congrua motivazione, e per di più tutte sviluppate in fatto, là dove consistono nella rilettura delle intercettazioni telefoniche. Il motivo è pertanto inammissibile sotto un duplice profilo, richiamate le considerazioni svolte sub punti 6) e 7) del considerato in diritto.
Ad ogni buon conto, il Giudice distrettuale ha steso una motivazione lineare e sostenuta da un solido ragionamento logico, là dove ha valorizzato a sostegno del decisum le dichiarazioni rese dalla persona offesa D.M.R. e le conversazioni captate, puntualmente passate in rassegna e fatte oggetto di valutazione critica quanto a contenuto e collocazione temporale (v. pagine 691 e seguenti), di tal che non v'è materia per nessun vizio deducibile in questa Sede.
54. Tanto deciso quanto ai ricorsi presentati dagli imputati, a norma dell'art. 616 c.p.p., i ricorrenti A.P., A. L., A.V., B.R., C. V., D.A., D.F.C., D.S. A., D.S.U., D.V.G., D.D. A., D.F.R., G.S., I. G., L.P., M.F., Ma.
F., P.D. e T.S., i cui ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, vanno condannati, oltre che al pagamento delle spese del procedimento, anche a versare una somma, che si ritiene congruo determinare in 1.000,00 Euro.
Dal rigetto dei ricorsi da loro presentati discende la condanna di B.S., B.M., Bu.Gi., Ca.Vi., L.G., P.M., P.P. e P.S. al pagamento delle spese del procedimento.
I ricorrenti i cui ricorsi sono stati rigettati o dichiarati inammissibili vanno altresì condannati al pagamento delle spese processuali nonchè, tra questi, quelli condannati per il reato di cui al capo 1) o per reati aggravati dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 a rifondere le spese della parte civile costituita che liquida in complessivi 3.000,00 Euro, oltre IVA e CPA.

P.Q.M.
annulla la sentenza impugnata nei confronti di C.S. e P.N. e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli;
annulla la medesima nei confronti di A.C. limitatamente al capo 49);
nei confronti di D.G.E., F.S. limitatamente alla determinazione della pena;
nei confronti di D.C.G., D.R.R., Pi.Di., R.N. e S.G. limitatamente all'applicabilità dell'aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7;
nei confronti di R.G. limitatamente all'omessa motivazione sulla applicabilità della continuazione;
e rinvia per il giudizio su detti punti e capi ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli;
rigetta nel resto i ricorsi dei predetti;
dichiara inammissibili i ricorsi di A.P., A. L., A.V., B.R., C. V., D.A., D.F.C., D.S. A., D.S.U., D.V.G., D.D. A., D.F.R., G.S., I. G., L.P., M.F., Ma.
F., P.D., T.S. e condanna i predetti al pagamento della somma di Euro 1000,00 ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
Rigetta i ricorsi di B.S., B.M., Bu.Gi., Ca.Vi., L.G., P.M., P.P. e P.S..
Condanna i ricorrenti i cui ricorsi sono stati rigettati o dichiarati inammissibili al pagamento delle spese processuali nonchè, tra questi, quelli condannati per il reato di cui al capo 1) o per reati aggravati dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 a rifondere le spese della parte civile costituita che liquida in complessivi 3.000,00 Euro, oltre IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 6 ottobre 2015.
Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2015

P.Q.M.
annulla la sentenza impugnata nei confronti di C.S. e P.N. e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli;
annulla la medesima nei confronti di A.C. limitatamente al capo 49);
nei confronti di D.G.E., F.S. limitatamente alla determinazione della pena;
nei confronti di D.C.G., D.R.R., Pi.Di., R.N. e S.G. limitatamente all'applicabilità dell'aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7;
nei confronti di R.G. limitatamente all'omessa motivazione sulla applicabilità della continuazione;
e rinvia per il giudizio su detti punti e capi ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli;
rigetta nel resto i ricorsi dei predetti;
dichiara inammissibili i ricorsi di A.P., A. L., A.V., B.R., C. V., D.A., D.F.C., D.S. A., D.S.U., D.V.G., D.D. A., D.F.R., G.S., I. G., L.P., M.F., Ma.
F., P.D., T.S. e condanna i predetti al pagamento della somma di Euro 1000,00 ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
Rigetta i ricorsi di B.S., B.M., Bu.Gi., Ca.Vi., L.G., P.M., P.P. e P.S..
Condanna i ricorrenti i cui ricorsi sono stati rigettati o dichiarati inammissibili al pagamento delle spese processuali nonchè, tra questi, quelli condannati per il reato di cui al capo 1) o per reati aggravati dalla L. n. 203 del 1991, art. 7 a rifondere le spese della parte civile costituita che liquida in complessivi 3.000,00 Euro, oltre IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 6 ottobre 2015.
Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2015

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